Di fronte alle sfide del nuovo millennio, di fronte ai nuovi scenari della globalizzazione, in un'economia sempre più planetaria, quale può essere il futuro dei giovani del Mezzogiorno? Un esercito di senza lavoro, alla disperata ricerca di una prima occupazione; non analfabeti, come nei primi decenni del secolo, ma in possesso di diploma o di laurea; non più disposti, come i loro nonni o bisnonni, a fare le valige o a tentare l'avventura dell'emigrazione; essi attendono di entrare nel mondo della produzione ed intanto sono costretti a subire la mortificazione dei lavori socialmente utili o ad accettare situazioni precarie e o, peggio ancora, a subire il ricatto del lavoro in nero.
Nino Foti
Presidente dell'Associazione Internazionale Magna Grecia Onlus
Quale futuro per i giovani dei mezzogiorno?
La nostra Associazione, si pone l'obiettivo di tenere vivo, promuovere ed approfondire il patrimonio culturale della Magna Grecia, che è stato alla base della civiltà occidentale, facendo prendere coscienza ai meridionali in Italia e agli oriundi italiani all'estero che il depresso Mezzogiorno di oggi è stato ieri la culla di tutta la civiltà occidentale.
L'Associazione ha quindi inteso alimentare la memoria della terra d'origine soprattutto presso gli emigrati italiani in tutto il mondo, in gran parte provenienti dal Mezzogiorno, contribuendo ad aiutarli a ritrovare le loro radici spirituali, a ricrearsi una più autentica identità culturale. Il ritorno alle radici culturali deve costituire uno stimolo ed un'ispirazione per far fermentare e migliorare il mondo in cui ciascuno di essi vive, cioè la nuova terra d'adozione.
Se ciò è vero per i giovani oriundi italiani d'oltre oceano, altrettanto riteniamo debba esserlo per i nostri giovani del Mezzogiorno di oggi. E' per questo che abbiamo organizzato questo incontro: verificare se la cultura possa essere elemento fondamentale di sviluppo economico.
A questo proposito voglio solo attirare l'attenzione su alcuni temi che mi sembrano particolarmente significativi e penso possano essere ripresi nel dibattito. La ricerca del posto di lavoro costituisce l'emergenza fondamentale per la totalità dei cittadini del Mezzogiorno, o perché essi sono coinvolti personalmente o perché il problema interessa direttamente i membri della propria famiglia. Il tasso medio di disoccupazione, infatti, raggiunge nel Sud, il 22 %. E' in cerca di occupazione quasi la meta di giovani con meno di 30 anni di età, ce lo ricorda il Governatore della Banca d'Italia Fazio. Nel Mezzogiorno vive il 36% della popolazione italiana, il reddito pro-capite è del 45% più basso rispetto al resto del Paese, se fosse più facile trovare lavoro, nel Sud ci sarebbe meno sottomissione dell'uomo debole all'uomo forte, meno dipendenza, meno prostituzione morale; in una parola, più libertà. Non dimentichiamolo: soprattutto nel Sud, oggi, la difficoltà nella ricerca del lavoro e la rarefazione delle virtù civiche, sono due fenomeni direttamente correlati. E senza libertà, lo sappiamo tutti, non esiste né moralità né democrazia. E' stato calcolato dall'ISTAT che nel Centro-Nord sono stati creati nel 1999 circa 256 mila posti di Lavoro. Nel Sud, invece, secondo l'ultimo Bollettino Congiunturale della Banca d'Italia, rispetto ai 12 mesi precedenti, si è registrato un ulteriore calo: si tratta di ben 62 mila persone occupate in meno. Il divario tra Nord e Sud, invece di attenuarsi, si accresce.
Parallelamente all'emergenza lavoro, esiste un'altra gravissima disfunzione: grande sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni, soprattutto quelle che perifericamente lo rappresentano per la soluzione dei problemi più urgenti che interessano la collettività.
Un'altra scottante problematica con le sue implicazioni riguarda la politica. Non solo la militanza politica attiva, a base volontaristica, sta quasi scomparendo, ma esiste anche un altro pericoloso fenomeno che causa una crescente disaffezione alla politica e che dà luogo al fenomeno dell'amorfismo politico, infatti, quasi i due terzi dei cittadini del Mezzogiorno non riescono più a trovare nessuna compagine politica con cui identificarsi, neanche per quanto riguarda la soluzione dei più grandi problemi. Se poi si aggiunge la crisi di rappresentanza dei sindacati, il fenomeno si aggrava ulteriormente: quasi 1'80% dei cittadini del Sud, infatti, non si ritiene più rappresentato dai sindacati per la difesa dei propri interessi economici e professionali. Da tutto questo consegue una grande sfiducia nella realizzazione di veri cambiamenti, di grandi trasformazioni, di cui, per altro, si scorge fortemente la necessità. E spegnendosi la prospettiva dì un domani migliore, subentra la delusione e muore anche ogni idealità. Se quanto detto concerne i cittadini del Sud in generale, l'atteggiamento dei giovani sembrerebbe addirittura catastrofico, secondo i risultati di un sondaggio svolto dall'IRESME (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali sul Mezzogiorno Europeo), fra i giovani del Sud, compresi fra i 18 e 128 anni. E' la prima (e finora unica) indicazione che si ha sugli atteggiamenti dei giovani delle Regioni del Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna). E' stato eseguito su un campione stratificato avente come variabile il numero di abitanti dei Comuni. I dati del sondaggio si riferiscono al 6 ottobre 1999.
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COMUNI
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SONDAGGIO IRESME
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Piccoli
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Medi
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Grandi
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Istituto di Ricerche Economiche e Sociali |
(non superiori
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(da 10.000 a
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(capoluoghi di
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sul Mezzogiorno Europeo
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ai 10.000 abitanti)
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50.000 abitanti)
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provincia e
comuni sopra
i 50.000 abitanti)
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Esiste un partito politico
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Si
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21
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19
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15
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di cui condivide
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No
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62
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65
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71
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gli ideali fondamentali?
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Indecisi
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17
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16
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14
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Può dire di sentirsi
sufficientemente
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Si
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18
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15
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12
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rappresentato da uno
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No
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64
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68
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75
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dei partiti esistenti
in Parlamento?
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Indecisi
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18
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17
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13
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Ritiene che i tre Sindacati
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Confederali (CGIL-CISL-UIL)
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Si
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6
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7
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10
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rappresentino i suoi interessi
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No
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81
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80
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78
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economici e professionali?
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Indecisi
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13
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13
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12
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La sfiducia nei partiti (non condivisione degli ideali fondamentali e non rappresentatività) aumenta proporzionalmente al numero degli abitanti dei Comuni. Cioè man mano che cresce il numero degli abitanti di un Comune, diminuisce la fiducia dei giovani nei partiti: il fenomeno "inurbamento" gioca un decisivo cuoco negativo.
Pur essendo più grave la crisi di rappresentatività dei Sindacati, si ha una situazione inversa rispetto alla variabile "numero di abitanti del Comune": l'inurbamento è correlativo di maggiore rappresentatività sindacale.
Il domani di una società si fonda sui giovani. Se i giovani, come sembrerebbe, non sono animati dalla speranza, si dovrebbe dire che quella società è già morta.
Noi, tuttavia, confidiamo al di là di ogni previsione statistica e continueremo a fare affidamento ai giovani. I mercati del Sud Italia, devono puntare sul bacino del Mediterraneo, con circa 300 milioni di potenziali consumatori Questa è una vocazione da intensificare e sviluppare. Il Mezzogiorno può essere in posizione complementare rispetto all'economia degli altri paesi mediterranei e può occupare, rispetto a questi, un gradino più alto nella divisione internazionale del lavoro, in particolare, nella qualità della forza del lavoro, nel grado di civiltà e nella dotazione di infrastrutture di base. La capacità delle piccole imprese del Sud, soprattutto quelle artigiane ed agricole, di creare legami con soggetti esterni può facilitare il raggiungimento della loro dimensione internazionale attraverso esperienze di cooperazione con i paesi vicini. Un secondo sbocco dei mercati del Sud si può e si deve ricercare fra gli italiani d'origine, che sono sparsi in tutto il mondo e che sono circa 58 milioni.
La diaspora italiana è ritornata d'attualità con l'appena conclusa Convention Mondiale delle Camere di Commercio Italiane all'Estero, 62 Camere dislocate in 38 Paesi, 30.000 associati e 250.000 contatti di business: Una presenza che ha contribuito fortemente all'affermazione del made in Italy e ad una profonda trasformazione della percezione del nostro Paese da parte del resto del mondo. Cittadini di origine italiana residenti all'estero ricoprono importanti ruoli politici e istituzionali a livello locale e nazionale nelle realtà in cui si sono integrati in maniera costruttiva e rappresentano un potenziale di mercato enorme proprio per le imprese del Sud perché dal Sud sono emigrate masse di italiani che conservano ancora non solo molti valori culturali in comune con noi, ma anche molti gusti culinari e non poche esperienze ed affinità.
L’italianità costituisce un potente richiamo, un'eccellente opportunità che spinge a creare o a consolidare relazioni economiche. Lo abbiamo verificato con le nostre esperienze dirette, attraverso gli incontri già realizzati a New York nel 1997, a Toronto nel 1998 e a Buenos Aires nel 1999.
Siamo certi quindi che questo incontro possa anche analizzare l'insieme di queste opportunità per un valido contributo al complesso dibattito sulla materia.
Il Ruolo dell'Unione Europea (Agenda 2000)
Da oggi al 2006, i nuovi programmi dell'U.E. per lo sviluppo del Sud, grazie a nuovi investimenti infrastrutturali potranno produrre positivi effetti avvicinando il Sud al resto del paese. Vi sarà, quindi, un largo utilizzo delle risorse economiche, Comunitarie e Nazionali, nelle aree del Mezzogiorno. Questa sarà, però, l'ultima opportunità per le Regioni del cosiddetto obbiettivo 1. L’allargamento ad est dell’Unione Europea, intatti, avrà effetti rilevanti nel futuro prossimo perché farà ridurre naturalmente le risorse a disposizione delle aree depresse già presenti nell'U.E. per ottenere maggiore coesione sociale con i nuovi Paesi.
Ci auguriamo, quindi, che nei prossimi 6 anni, questi investimenti vadano nella giusta direzione.
Giornalista
Io dico che il mio compito già semplice è ancora di più facilitato da questa introduzione efficace e sintetica di Nino Fori. Andiamo subito al merito dei problemi tentando solo di riassumere i filoni su cui, secondo me, proprio per cogliere e valorizzare l'introduzione di Fori, andrebbe, con la massima libertà poi di ciascuno, in qualche modo focalizzato il dibattito. Ovviamente non c'è nessuna utilità a ripetere il solito "piagnisteo" che in genere viene fatto sul Mezzogiorno. La drammaticità della situazione del Mezzogiorno, lo ricordava bene Foti, come è stato autorevolmente sottolineato dal Governatore Fazio a Napoli all'apertura della Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, è problema nazionale ed è problema europeo. Non ci si può illudere che il futuro della società italiana, della sua modernizzazione e del suo ruolo nella società globale, possa essere qualificato e efficiente, avendo, il mezzogiorno come palla al piede della nostra società italiana.
Il mezzogiorno deve diventare, in termini di costruzione dell'Europa, una grande opportunità per tutti. In questo momento è importante il richiamo alle radici perché, diceva prima Nino Fori, oggi c'è un deficit di ispirazione politica che è anche ispirazione culturale, in un'Europa che comprensibilmente è impegnata a favore dall'est europeo per le tragedie che si stanno là consumando.
L'Europa, con la sua tradizione umanistica, con le sue radici "Mediterranee", con la sua grande tradizione cristiana, (siamo alle soglie del grande Giubileo, che non è un fatto commemorativo), deve avere, in termini di modernizzazione e scelte politiche, compresa la partecipazione democratica e civile, una visione complessiva del Mezzogiorno. Altrimenti perdiamo, in qualche modo, l'ultima occasione e continuiamo a stare ai margini di tutto, con danno dell'Italia e dell'Europa.Io credo che il contributo, che ciascuno vorrà autorevolmente dare, non può prescindere da questa visione d'insieme, perché sennò, diventa difficile pensare ad uno sviluppo del Mezzogiorno e al problema delle nuove generazioni in termini stessi di capacità di farsi capire da questi giovani.
Sarebbe tragedia ulteriore se masse di giovani partissero da Reggio Calabria o da Crotone o da Ragusa e andassero ad intasare e a ripercorrere quella importante ma anche tragica vicenda dell'emigrazione biblica degli anni '50 e della ricostruzione d'Italia. lo mi fermo qua perché, sentite, come Meridionale, sono fin troppo appassionato, ma volevo solo fare delle sottolineature rispetto all'introduzione di Nino Fori, per richiamare la dimensione nazionale ed europea del tema di questo nostro incontro.
Io penso che al tema di questa mattina alcune risposte vadano date, alle provocazioni che il tema comporta le risposte. Osservando il mezzogiorno dal punto di vista del giovane ci troviamo di fronte a dati sconcertanti di carattere quantitativo che ci dicono, con la crudezza della statistica che, mentre il tasso di disoccupazione nazionale è del 11 %, nel meridione è del 23%, il doppio.
Altro punto di riflessione per noi sono tutte quelle condizioni che vedono il mezzogiorno d'Italia situato in un contesto non solo di confronto tra il nord e il sud dell'Italia, ma anche europeo se non addirittura mondiale, in nome della globalizzazione non soltanto dell'economia ma della tecnologia, cultura ect., cioè di tutti gli ingredienti che concorrono a determinare lo sviluppo di un territorio qualunque.
Questo vale per tutte le attività di carattere produttivo dei beni materiali e soprattutto virtuali. Per esempio la maggior parte dell'informatica del mondo viene trattata e gestita da un paese sottosviluppato e povero come l'India. Allora il termine di competizione che dobbiamo tenere presente quando ragioniamo di meridione è questo elemento del confronto mondiale, il che implica da un lato lo sviluppo della concorrenza, ma perché la concorrenza sia elemento positivo bisogna individuare e avere i mezzi adatti per fronteggiarla.
Il secondo dato di fatto che è una importante risorsa per il meridione, è quello demografico. Noi sappiamo di essere un paese a crescita zero, con un dato di natalità fra i più bassi di Europa. Sappiamo però anche che il meridione non ha le stesse caratteristiche demografiche del nord, il sud cioè ha una natalità positiva e questo significa un minore invecchiamento della popolazione, una minore età media e maggiore stimolo quindi ad alcuni fattori positivi dello sviluppo. Uno è l'accumulazione del risparmio, l'invecchiamento della popolazione porta a una caduta del risparmio e invece noi sappiamo quanto la propensione al risparmio sia da volano per qualunque tipo di processo produttivo; secondo l'invecchiamento della popolazione porta un forte spostamento dell'attività economica e produttiva dalla produzione dei beni alla produzione dei servizi. Il dato demografico rappresenta allora una grossa risorsa del mezzogiorno, quegli stessi giovani che sono disoccupati, nel momento in cui si creassero nuove condizioni per un migliore inserimento al mondo del lavoro, diventano la spinta propulsiva che può proiettare il sud con maggiore competitività, rispetto al nord, sullo scenario internazionale di sviluppo economico.
Il terzo dato è che si deve richiamare alla responsabilità il governo, sia questo che quelli che seguiranno, di assumere il problema dello sviluppo del mezzogiorno nell'ambito del tema fondamentale che è quello della fiscalità e degli oneri connessi che determinano il costo del lavoro. Non si possono immaginare grandi scenari di sviluppo tecnologico e produttivo se non si parte da questo punto che è l'alleggerimento della pressione fiscale, anche in forma geograficamente selettiva per consentire di liberare risorse che devono essere reinvestite. Allora bisogna con misura adoperare la leva fiscale e questo è un dato acquisito anche dagli economisti.
On. Nicola Bono
Presidente del Comitato Parlamentare per la Programmazione e il riequilibrio Economico-Territoriale
I flop della politica economica italiana per il Mezzogiorno
Il mio contributo di stamattina è frutto di un indagine conoscitiva che il comitato da me presieduto ha condotto per oltre un anno, per capire perché è fallita finora qualunque strategia volta al riequilibrio delle aree depresse del paese.
Sono decenni che si alimenta una letteratura che guarda sempre al futuro. Il problema del passato si rimuove, si cerca di puntare al futuro individuando e inventando sempre nuovi scenari e nuovi strumenti.
Lo Stato Italiano per l'intervento straordinario del mezzogiorno ha speso meno di quanto non abbia speso, in ragione delle politiche di cooperazione, esempio in Etiopia, Eritrea e Africa Australe.
Puntare su agricoltura, turismo e artigianato
Per Santori, attuando politiche attive che potenzino i settori dell'agricoltura, del turismo e dell'artigianato si può realizzare gran parte dello sviluppo e dell'occupazione nel nostro paese e in particolare nel Mezzogiorno.
Per affrontare seriamente il problema dell'occupazione per i giovani del mezzogiorno si devono considerare le necessità di questi tre settori, che definiamo naturali di sviluppo, che sono in grado di risolvere gran parte del problema, evitando anche ai giovani di recarsi al nord a cercare il lavoro, invece di sfruttare le tante possibilità di sviluppo della loro terra.
Parlando dei prepensionamenti che assorbono oltre 5000 mila miliardi l'anno, incidendo molto nella gestione dell'Inps, Santori ha osservato che essi, tuttavia, non riguardano però i settori dell'agricoltura, del turismo e dell'artigianato, ma interessano la grande industria, le aziende medie o grandi.
On. Antonio Martusciello
Non bastano i contratti d'area e I patti territoriali
Per Martusciello una serie di interventi, con conferenze, convegni e seminari all'interno delle scuole medie e superiori, sono necessari per rendere consapevoli del problema della legalità le giovani generazioni, per determinare quindi, una cultura della legalità che non riguardi soltanto il tema importante della criminalità organizzata, ma anche quello della microcriminalità, perché purtroppo la cultura del lasciar fare è quella che finisce per diventare più pericolosa. Quello della criminalità è un problema enorme e va affrontato dalle radici.
Lo Stato ha il compito di ripristinare la legalità dal primo livello, che è quello dell'intervento culturale, ma successivamente deve anche rendere competitivi gli interventi all'interno di queste regioni perché evidentemente la diseconomia è forte perché bisogna pagare un costo, (pensiamo al pagamento delle tangenti) e poi intervenire sul secondo livello, che strozza l'economia meridionale e che è il sistema creditizio: il costo del danaro, che un operatore economico deve pagare nel mezzogiorno, è generalmente superiore a quello che qualsiasi altra azienda paga nel nord del nostro paese.
Allora quale deve essere l'intervento che lo Stato deve fare? Io credo che il primo livello debba essere quello di utilizzare quelle che Chicchino Compagno, un grande economista neanche tanto lontano del nostro mezzogiorno, un grande meridionalista, definiva le risorse indogene del territorio. Bisogna cioè liberare le risorse imprenditoriali, professionali e economiche che devono essere messe in condizioni di operare, nel senso che non devono esserci gli ostacoli spesso insormontabili, per esempio quelli burocratici. Né si risolve il problema con i patti territoriali o con i contratti d'aria che finiscono con l'identificare aree specifiche - diciamo - per tipologia contrattuale e per normativa, ma che finiscono col diventare delle isole all'interno, invece, di territori molto più vasti. Vi faccio un esempio concreto: un imprenditore paga ad un lavoratore, una media di 40mila lire l'ora, una azienda invece, che lavora in una di queste aree, per esempio la Fiat che opera a Melfi, paga lo stesso lavoratore 18mila lire l'ora.
Invece bisogna offrire agli operatori che operano, appunto, all'interno di un territorio vasto come quello del mezzogiorno, le stesse opportunità, creando delle zone franche, delle aree libere d'impresa, secondo il modello sperimentato con successo in Galles o in Irlanda. Aree cioè, all'interno delle quali gli strumenti contrattuali, normativi, di legislazione, il carico della pressione fiscale hanno sicuramente costituito un elemento che ha favorito gli investimenti. E poi bisogna dare al mezzogiorno un vero e proprio federalismo fiscale, capace di attrarre le risorse riscoprendo le proprie potenzialità.
Sen. Vincenzo Mungari
Agenzie miste pubbliche e private per il Sud
Gli impegni assunti dal governo in materia di occupazione non sono andati al di là di mere enunciazioni I’ultimo patto, il patto di Natale, come viene chiamato il patto nazionale del lavoro, è rimasto lettera morta, praticamente si è esaurito in fumose politiche di sussidi che possono essere ascritte a una sorta di misericordia assistenziale o di precariato assistito.
La politica di concertazione portata avanti dal governo Prodi prima e dal governo D'Alema poi, insieme alla grande impresa e ai sindacati confederali, ha mantenuto la rigidità del mercato di lavoro, creando gravi sperequazioni tra chi ha un posto di lavoro e chi è disoccupato o è costretto al lavoro sommerso con l'effetto di aggravare lo stato di disagio sociale.
Risolutivo può essere, a giudizio del Sen. Mungari, l'affidamento alle regioni e agli enti locali della redazione di piani socio-economici pluriennali, interessanti i settori primario, secondario e terziario, compreso il turismo che, soprattutto nel mezzogiorno, costituisce l'aspettativa più rilevante per una riqualificazione economica del mezzogiorno stesso.
Amedeo Ottaviani
Il turismo, una risorsa da mettere a frutto
Il primo elemento che ritengo debba essere sottolineato è che il turismo rappresenta per l'Italia una delle maggiori fonti di sviluppo produttivo e occupazionale, con un fatturato che supera i 140.000 miliardi di lire e che ha caratteri propri poiché si riferisce ad un sistema globale di imprese e di servizi non soltanto del cosiddetto terziario ma anche agricoli e industriali.
Questa premessa mi consente di attribuire al turismo una particolare funzione, quella di produrre un effetto non settoriale, cioè su specifiche attività produttive, ma orizzontale e generalizzato. Questo effetto è importante per le economie regionali ed in particolare per il nostro Mezzogiorno che deve sviluppare un sistema economico moderno e dinamico, svincolato dalle tradizionali visioni ancorate prevalentemente alla cultura industriale.
Ebbene, il turismo estero, alla cui promozione l'ENIT si dedica da 80 anni all'interno del fenomeno globale del turismo in Italia riveste un ruolo straordinario. In effetti, la componente dello sviluppo turistico indotto alla domanda estera, cioè dai consumi degli ospiti stranieri è fondamentale, si tratta di circa il 40% del valore aggiunto di questa attività. Calcoliamo, secondo i dati della Banca d'Italia, che il turismo estero ha superato il livello dei 52.000 miliardi di fatturato nel 1998 e che confermerà questo livello di spese nel 1999.
Questo significa che i 2/3 dell'attività delle imprese turistiche è generato dall'incoming. E questo dato è di grande rilievo poiché conferma che il turismo internazionale è un volano a sua volta primario della valorizzazione economica di tante regioni del paese. Calcolando l'effetto occupazionale, possiamo dire che almeno 700.000 posti di lavoro nel settore sono dovuti appunto alla domanda generata dai flussi esteri.
Noi stiamo affrontando, dopo la lunga e pesante fase di risanamento della finanza pubblica, il problema di avviare un processo intenso di sviluppo economico e occupazionale. Dobbiamo fare, dunque, delle scelte precise di strategia dello sviluppo che riguardano prioritariamente le aree più deboli del Paese. Una scelta politica che privilegi la valorizzazione delle qualità turistiche del territorio, specialmente nel Sud, corrisponde alla convinzione che questa è una strategia che può rapidamente accelerare lo sviluppo. In questi anni l'attività turistica, soprattutto il ciclo molto positivo del turismo estero nel nostro Paese, ha fornito un contributo costante alla crescita del PIL, ma non solo, nel terziario turistico l'occupazione non ha manifestato cedimenti, anzi si è accresciuta. Per cui, mentre sono in atto in Italia e anche nel Sud processi di delocalizzazione industriale, si evidenzia invece una tendenza a favore di un incremento dell'economia turistica che spesso compensa la mancanza di investimenti in altre attività. Se potessimo coinvolgere nel Sud tutte le risorse, anche attraverso i fondi internazionali e capitali esteri, potremmo dare un impulso positivo all'industria, alle infrastrutture e ai sevizi dell'ospitalità, così da ricavarne nel giro di qualche anno risultati straordinari.
Le indagini dell'ENIT, svolte dai 20 uffici dislocati in Europa, Stati Uniti, Canada, Giappone, America Latina, e Australia, ci rilevano che il nostro Sud potrebbe attirare una domanda molto più ampia di quell'attuale. Com'è noto, le presenze estere nel Sud rappresentano poco più del 13% di quelle globali e questo è un dato che deve farci riflettere. Il Mezzogiorno è presente sul mercato globale dei viaggi in cui si muovono oltre 600 milioni di persone, soltanto con alcuni prodotti forti che sono, il prodotto balneare, culturale e termale.
On. Antonio Marzano
No alla politica risarcitoria per il Sud
Io vorrei fare il mio ragionamento su tre punti fondamentali: il primo è quello del mezzogiorno come risorsa, il secondo è che cosa impedisce il pieno esplicarsi di queste risorse e il terzo è la cosa che bisogna fare e cosa non fare.
Quando noi parliamo del meridione troppo spesso ne parliamo come di una parte in fondo quasi residuale della geografia non dico italiana ma europea.
Io vorrei darvi qualche dato che smentisce questa impostazione. Oggi il mezzogiorno rappresenta il 4% del territorio dell'Europa, e cioè ha un territorio più ampio di quello che hanno ben sette stati Europei, fra gli altri l'Austria, il Belgio, la Danimarca e l'Irlanda.
Pur di fronte a queste risorse il prodotto procapite del meridione è solo al W posto in Europa, la Grecia ha un prodotto procapite più basso, il tasso disoccupazione è di circa il 23%, cioè il doppio di quello europeo.
Il terzo freno sono i labirinti procedurali, burocratici. Probabilmente è la ragione fondamentale che ha fatto fallire, perché sostanzialmente io li considero falliti, i patti territoriali. In questi protocolli ci sono venti-trenta firme di istituti o istituzioni che debbono partecipare alla realizzazione di questi patti. C'erano meno firme nel trattato di Versailles di quelle che troviamo in questi patti e protocolli d'intesa.
Allora il problema qual'é? A me pare chiaro che di fronte alle potenzialità che ho richiamato quello che c'è da fare è rimuovere questi ostacoli. In altre parole noi dobbiamo fare avanzare sempre di più, nei confronti del meridione, una cultura che non deve essere più la cultura risarcitoria, quella che dice, cioè, il meridione ha dei problemi e dunque risarciamo i meridionali, ma deve farsi avanti piuttosto una cultura che, anziché avere un principio risarcitorio, si ispiri al principio liberatorio. Bisogna liberare il meridione dagli ostacoli che ho elencato, solo questo è il modo per affrancarlo, per consentirgli di avere uno sviluppo autopropulsivo, uno sviluppo che sia indipendente dall'intervento esterno, che permetta alle energie meridionali di esprimersi con più libertà e cioè attraverso il mercato. Il vero problema è che nel meridione c'è poco mercato e ancora troppo Stato. Quando poi questo Stato si esprime con misure come quella delle 35 ore, dei lavori socialmente utili, che io preferisco chiamare socialmente futili, con la mitizzazione dei contratti territoriali che, come vi dicevo prima, si sono rivelati nella sostanza fallimentari, quando quella cultura si esprime con l'idea di costituire una specie di Iri 2 attraverso l'agenzia di sviluppo Italia di cui anche le cronache di questi giorni dimostrano i limiti.
Quando insomma c'è ancora una cultura dirigista che inevitabilmente finisce più per frenare lo sviluppo che non per sostenerlo, si spingono gli imprenditori, anche quelli stranieri, a scartare l'ipotesi di investire nel meridione. Insomma si tratta di scegliere fra due concezioni dello Stato. Una è la concezione dello Stato amico che parte da un presupposto di fiducia nei confronti dei cittadini e che aiuta i cittadini a esprimere il più liberamente possibile il proprio contributo allo sviluppo dell'economia e della società e questa è la concezione fondamentalmente liberale. Poi c'è un'altra concezione che in qualche modo si collega a una cultura del sospetto, o peggio ancora ad una cultura del conflitto di classe e allora lo Stato inevitabilmente diventa nemico.
La prima concezione, quella dello Stato amico, porta a politiche di liberalizzazione dell'economia, di abolizione e rimozione degli ostacoli e al libero esprimersi dell'iniziativa privata. La seconda concezione porta al bracciale elettronico, alla tassazione continua cioè alla sottrazione di risorse al cittadino a vantaggio dello Stato, alla burocrazia che pervade ormai quasi ogni atto della nostra vita quotidiana. Il problema dello sviluppo del meridione, il problema del meridione come opportunità, si collega anche ad una concezione dello Stato piuttosto che all'altra.
Presidente della Confartigianato
Una politica per le piccole e medie imprese
Premesso che il sud è una grandissima opportunità e che sulla sponda sud del mediterraneo c'è un mercato con 300milioni di persone in paesi che aumentano il Pil del 5/6% all'anno, il presidente della Confartigianato ricorda che il governatore Fazio oltre a parlare sempre di flessibilità del mercato del lavoro, di costo del lavoro e di fisco, nell'ultimo intervento del 31 maggio di quest'anno, ha sottolineato che il 95% del sistema imprenditoriale italiano ha meno di 10 dipendenti, ed il 99% del sistema imprenditoriale italiano ha meno di 50 dipendenti.
Questo è il sistema produttivo del nostro paese: o il governo e il Parlamento della Repubblica ne prendono atto o l'Italia rimane bloccata. C'è, come diceva il filosofo J. Blondel, "una volontà volente" di avere tutte grandi aziende che non si trasformerà mai in "volontà voluta" e questo crea il gap perché continuiamo a legiferare per una realtà che non c'è più, quella di avere tutte aziende con mille dipendenti.
Non si capisce perché il legislatore voglia tutti grandi quando sono i grandi che vogliono diventare piccoli.
La prima cosa dunque sono gli insediamenti produttivi. Li hanno dati in Emilia Romagna, in Toscana e in Veneto indipendentemente da chi amministrava, ma non li hanno mai dati nel Mezzogiorno. Ci sono colpe anche della gente del sud che non si è mai associata.
Non abbiano paura di pagare 1000 lire in più, ma abbiamo paura delle leggi dello Stato, non dell'Europa ma dell'Italia, lo diciamo dappertutto che abbiamo paura del nostro paese, delle leggi del nostro paese. Siamo molto più intelligenti dei tedeschi, per esempio mettiamo un bullone dove loro mettono 20kg di lamiera, i problemi insomma sappiamo risolverli. Il freno a mano è in questo paese, è la legislazione punitiva e vessatoria decisa da chi pensa che questo paese sia fatto di aziende con 1000 dipendenti.
On. Gargano
II sud deve guardare all'Europa
Ho cominciato a fare politica oltre 40 anni fa e il problema del mezzogiorno, dell'occupazione e del futuro dei giovani, era un argomento che noi ponevamo all'attenzione delle politiche per il mezzogiorno e per il Paese.
Il tema però non è inflazionato, perché è un tema fondamentale e importante per l'Italia, è probabilmente il tema per determinare qualunque strategia possibile in un paese che vuole trovare un riequilibrio e io non ritengo che sia solo un problema economico, ma viceversa è soprattutto un problema civile, istituzionale e di integrazione.
Dopo aver ricordato che il Mezzogiorno, suscettibile di sviluppo, è stato il tema che i giovani dal '48 in poi si sono trovati di fronte, e che per questo è stata inventata la Cassa del Mezzogiorno, che non era uno strumento di sviluppo ma di presupposto dello sviluppo, un'integrazione del bilancio dello Stato, sottolinea che per il Mezzogiorno è iniziata la seconda fase, la più delicata, proprio perché è la fase dello sviluppo, della possibilità concreta dello sviluppo. Di fronte a questa fase, però, noi ci siamo un po' persi, quella corsa che avevamo fatto per tanti anni per potenziare il mezzogiorno, per farlo diventare argomento principale di ogni indicazione politica qualunque essa fosse, per omogeneizzare il territorio del paese e avere uno sviluppo civile, si è fermata negli ultimi anni, adesso dobbiamo guardare all'Europa, perché i grandi processi di sviluppo, non possono non vedere protagonista l'Europa. Alludo alle sovvenzioni che l'Europa può dare, avrebbe potuto dare e che forse potrebbe ancora dare, evitando lo scandalo italiano, le molte migliaia di miliardi non utilizzati soprattutto al sud. Sono circa 30.000 i miliardi che il Mezzogiorno non ha recepito dall'Europa e che l'Europa avrebbe voluto dare secondo direttive, progetti e indicazioni.
Oggi la competizione può essere vinta in Europa, ma è una competizione senza rete di protezione, perché la lunga fase di preparazione di questo possibile sviluppo del Mezzogiorno è finita. Oggi dobbiamo competere e nel mondo di oggi un'economia si sviluppa se compete. L'Europa unità è stata fatta anche per una ragione di difesa nei grandi mercati della globalizzazione, gli Stati Uniti d'Europa devono stare insieme per un progetto comune, per difendersi, competere e essere protagonisti. Essendo ora tra i primi protagonisti in Europa, noi dobbiamo avere la possibilità e la capacità di essere protagonisti nei progetti, sapendo attingere alle fonti di finanziamento da parte del singolo e del governo, siano essi l'imprenditore, l'amministrazione pubblica, il comune o la provincia.
C'è la possibilità dunque di poter fare un salto in avanti cogliendo le opportunità che sono offerte, per accorciare l'Italia, demolendo tutte lo strozzature infrastrutturali, che oggi penalizzano il Mezzogiorno, consapevoli di dover fare una strategia alta, non una strategia bassa per avere qualche occupato in più.
Non respingere la mano che viene dall'Europa
Io mi riallaccio a quello che diceva l'On. Gargani riguardo ai fondi strutturali, che in Italia non sono stati utilizzati. Oltre 6500 miliardi all'anno in media non vengono utilizzati, una grande opportunità non colta.
Quest'anno mi è capitato di andare in Portogallo e ho trovato 400km di autostrade costruite con i soldi che erano destinati all'Italia. Allora mi chiedo cosa significhi per noi parlare di sviluppo, prospettive e speranze per i giovani quando non riusciamo a utilizzare i fondi che sono un nostro diritto, perché è quota parte del prodotto interno lordo in fin dei conti. Addirittura quest'anno rischiamo di uscire dai fondi comunitari in quanto da una parte, alcune regioni non hanno rispettato i termini di presentazione sui nuovi obbiettivi e dall'altra, non sono stati rispettati i requisiti attraverso i quali è possibile ottenere i fondi. Spero che non accada perché il commissario Monti si è impegnato in prima persona a sollecitare le varie amministrazioni regionali per l'utilizzo di questi fondi.
Se noi non creiamo ricchezza, non potremmo mai dare sviluppo al nostro territorio e non potremo mai garantire posti di lavoro per i giovani. In Parlamento è in discussione un progetto di legge sulle rappresentanze sindacali nelle aziende al di sotto di 15 dipendenti, mentre una normativa comunitaria indica come nocciolo duro, come base di riferimento, 50 dipendenti per le rappresentanze sindacali.
Questo creerà un ulteriore problema per le piccole e medie imprese e per l'artigianato che si troveranno costretti ad avere una rappresentanza sindacale quando hanno 2 o 3 dipendenti. Se noi non riusciamo a evitare questo, se non riusciamo ad abbassare la pressione fiscale di 2 o 3 punti, come ha fatto l'Irlanda che ha attirato capitali dall'estero, oltre 4000 miliardi in dollari nel giro di un anno, con 300 multinazionali che hanno investito sul territorio, non riusciremo ad attirare investimenti dall'estero anche nel Mezzogiorno. Dobbiamo dare anche sicurezza a chi fa investimenti nel Mezzogiorno.
Certo la cultura del posto fisso, come dice d'altronde anche D'Alema, deve essere superata ma bisogna creare veri posti di lavoro, non quelli socialmente utili, ad 800mila lire al mese, che distruggono psicologicamente i giovani.
Occorre inoltre investire nella formazione, dando ai giovani la possibilità di studiare come i loro coetanei in tutti grandi paesi, e di competere ad armi pari nel grande mercato del lavoro.
Natale D'Amico
Sottosegretario di Stato del Ministero del Tesoro, Bilancio e programmazione Economico
Ricordato che il nostro tasso di crescita è ancora troppo lento, ma è con questo tasso che ci dobbiamo misurare, il problema è quello di accelerare la crescita per risolvere il problema del lavoro e offrire così occasioni di occupazione per i giovani. Nel misurarci con questo problema scopriamo immediatamente che per avere maggiore occupazione è necessario impiegare le risorse inutilizzate del nostro paese, fra cui innanzitutto i tanti giovani meridionali, che complessivamente hanno un livello di formazione professionale elevato nel confronto internazionale.
E' stata la scelta che ha operato il centro sinistra in questa legislatura, il centro destra provava infatti a difendere l'italietta. La legislatura del centro sinistra ha fornito così una possibilità di sviluppo per il Mezzogiorno, compiendo la stessa scelta che effettuarono nel dopoguerra De Gasperi ed Einaudi. Scelta resa produttiva creando negli ultimi dieci mesi 256mila posti di lavoro, anche se in larga parte sono a tempo parziale ma è sempre meglio a non aver lavoro, anche nel mezzogiorno si stanno creando posti di lavoro ed il governo si sta muovendo in questa direzione.
Quanto ai fondi strutturali negli ultimi anni c'è stata una fortissima accelerazione della spesa italiana mentre in passato questi soldi erano impiegati male se non addirittura, in qualche caso, non spesi. Grazie a questa accelerazione della spesa siamo riusciti a rispettare l'impegno assunto con la comunità lo scorso anno di utilizzare le risorse. Inoltre al 31 dicembre di quest'anno, rispetteremo l'impegno di impiegare e risorse comunitarie 94/99.
Un'altra operazione, criticata da parte di numerosi amici intellettuali meridionali, è quella di spostare fortemente le competenze verso strutture territoriali, regione, provincie, comuni, che si qualificano in 12mila miliardi all'anno per il Mezzogiorno. Nella passata fase di programmazione la responsabilità era 50 e 50 tra lo stato centrale e le regioni, nella nuova fase, cioè nei prossimo sette anni, la responsabilità sarà per il 70% regionale e per il 30% nazionale.
On. Dario Antoniozzi
L'Europa fra passato e presente
Antoniozzi ha ricordato che la scelta dell'Europa è stata fatta dall'Italia con i trattati di Roma nel '57.
E' quindi errato affermare che l'Italia è entrata in Europa adesso, Maastricht e la nuova realtà monetaria sono solo l'ultima importante tappa dell'avanzamento europeo. Nel 1957, dei sei paesi della Comunità, cinque appartenevano all'Europa del Nord e quindi determinavano la scelta anche di politica agricola.
Antoniozzi, che per 6 anni ha fatto parte del consiglio dei ministri agricolo di Bruxelles, dal '63 al '70, chiarisce che il sistema agricolo funzionava sui Fondi Europei di Orientamento e Garanzia. La garanzia era contraria al sistema di economia di mercato, doveva però, attraverso il prezzo attuare la crescita strutturale.
Ciò non è avvenuto anche perché in agricoltura si sono utilizzate le garanzie senza realizzare le strutture. Questo è un peccato che dobbiamo scontare e che ora paghiamo, soprattutto al sud.
Questo convegno ha il merito, ringrazio il presidente Nino Foti e i suoi collaboratori, di mettere all'ordine del giorno tali importanti realtà ed il loro problemi.
Roma, 18 novembre 1999



