Gli scambi commerciali fra l'Italia e il Brasile sono molto discontinui. Anni in cui le esportazioni italiane subiscono una forte accelerazione, si alternano ad anni in cui le esportazioni rallentano e diminuiscono di valore assoluto. Per comprendere questo fenomeno bisogna tenere presente che esso è di carattere congiunturale e va distinto da quello di natura strutturale. Quando la domanda interna italiana è debole le imprese cercano di esportare. Quindi, molto spesso accade, e sembra un'anomalia, che le esportazioni italiane vadano meglio quando l'economia interna va peggio e viceversa.
Di fatto, dopo il 1993, mentre l'economia italiana rallentava per effetto delle politiche restrittive al fine di garantire l'applicazione dei parametri di Maastricht, le esportazioni crescevano vorticosamente, soprattutto verso il Brasile. Negli anni successivi, invece, il Brasile è stato, a sua volta, sottoposto a politiche di riequilibrio molto forti, efficaci sul piano della lotta all'inflazione e che però hanno portato a una depressione della domanda interna.
L'Italia importa soprattutto materie prime, alimentari, cuoio, ed esporta in Brasile, in particolare negli ultimi due o tre anni, alimentari, tessili, mobili e, soprattutto, prodotti di alta tecnologia (50%) settore, quest'ultimo, che apre all'Italia prospettive di grande interesse. Infatti, il Brasile è già ora il principale mercato sud americano per l'Italia, che è al quarto posto nella classifica dei Paesi importatori, dopo U.S.A., Argentina e Germania con quote superiori a quelle che gli U.5.A. possono vantare per il contiguo mercato messicano. Questo fenomeno non trova molte altre spiegazioni logiche se non nella presenza, qui, di circa 25 milioni di persone di origine italiana. Anche le esportazioni brasiliane in Italia sono molto aumentate: erano il 3,6% all'inizio del '90, sono raddoppiate nel '94 e ora si sono stabilizzate intorno al 5,5%.
Gli investimenti esteri diretti sono cresciuti molto in Brasile negli ultimi anni, a causa del processo di privatizzazione. Dal 1991 sono state privatizzate totalmente o parzialmente più di cento industrie, 23 delle quali solo nel '99 dopo la ristrutturazione monetaria. Le aziende italiane, la Telecom in particolare, hanno partecipato al processo di privatizzazione brasiliano.
Però l'Italia è al settimo posto tra gli investitori esteri sebbene sia al quarto tra gli esportatori. Questa differenza potrebbe essere dovuta al fatto che non è stato preso in considerazione il capitale italiano consolidato. Inoltre, le nostre imprese che si sono insediate qui quando investono impegnano capitali che non vengono più dall'Italia e quindi non sono considerati come investimenti italiani. C'è inoltre un altro problema di fondo. L'Italia è un Paese che vuole e ha bisogno di attirare più investimenti esteri ma nello stesso tempo investe all'estero. La verità è che un Paese come l'Italia, che ha un problema di aree da sviluppare, fa investimenti esteri quando ci siano due condizioni: o che certi mercati di beni siano saturi internamente e non lo siano all'estero, o quando i costi di produzione spingono a produrre all'estero segmenti nel prodotto nazionale.
Infine, qualche considerazione suppletiva sul ruolo della piccola e media impresa, anche in considerazione del fatto che il 65% delle piccole imprese di San Paolo sono italiane o comunque di origine italiana. Il ruolo delle piccole e medie imprese è importante sia dal punto di vista economico che politico. La piccola impresa è più flessibile, si adatta meglio e più velocemente alle variazioni del mercato; offre maggiori incentivi al profitto; tende ad eliminare il conflitto di classe poiché l'imprenditore e l'operaio diventano la stessa cosa nella stessa persona. Allora, è molto importante che in Brasile - dove ci sono forti disuguaglianze nella distribuzione del reddito e dove quindi può prodursi in qualsiasi momento il conflitto politico e sociale - si sviluppi la categoria dei piccoli e medi imprenditori. In questo caso Italia e Brasile avrebbero due economie molto simili e le forme di collaborazione di assistenza reciproca sarebbero molto più ampie ed estese.
Una nota in conclusione sulla globalizzazione e sulla sua contestazione. La globalizzazione è un fattore di pace perché rende sempre più interdipendenti i paesi tra di loro. Certo bisogna promuovere politiche che conservino l'identità dei popoli - che è un patrimonio da proteggere e conservare - ma non capire che non si può fare a meno del mercato globale è un' arretratezza culturale che bisogna combattere.
di Antonio Marzano
Di fatto, dopo il 1993, mentre l'economia italiana rallentava per effetto delle politiche restrittive al fine di garantire l'applicazione dei parametri di Maastricht, le esportazioni crescevano vorticosamente, soprattutto verso il Brasile. Negli anni successivi, invece, il Brasile è stato, a sua volta, sottoposto a politiche di riequilibrio molto forti, efficaci sul piano della lotta all'inflazione e che però hanno portato a una depressione della domanda interna.
L'Italia importa soprattutto materie prime, alimentari, cuoio, ed esporta in Brasile, in particolare negli ultimi due o tre anni, alimentari, tessili, mobili e, soprattutto, prodotti di alta tecnologia (50%) settore, quest'ultimo, che apre all'Italia prospettive di grande interesse. Infatti, il Brasile è già ora il principale mercato sud americano per l'Italia, che è al quarto posto nella classifica dei Paesi importatori, dopo U.S.A., Argentina e Germania con quote superiori a quelle che gli U.5.A. possono vantare per il contiguo mercato messicano. Questo fenomeno non trova molte altre spiegazioni logiche se non nella presenza, qui, di circa 25 milioni di persone di origine italiana. Anche le esportazioni brasiliane in Italia sono molto aumentate: erano il 3,6% all'inizio del '90, sono raddoppiate nel '94 e ora si sono stabilizzate intorno al 5,5%.
Gli investimenti esteri diretti sono cresciuti molto in Brasile negli ultimi anni, a causa del processo di privatizzazione. Dal 1991 sono state privatizzate totalmente o parzialmente più di cento industrie, 23 delle quali solo nel '99 dopo la ristrutturazione monetaria. Le aziende italiane, la Telecom in particolare, hanno partecipato al processo di privatizzazione brasiliano.
Però l'Italia è al settimo posto tra gli investitori esteri sebbene sia al quarto tra gli esportatori. Questa differenza potrebbe essere dovuta al fatto che non è stato preso in considerazione il capitale italiano consolidato. Inoltre, le nostre imprese che si sono insediate qui quando investono impegnano capitali che non vengono più dall'Italia e quindi non sono considerati come investimenti italiani. C'è inoltre un altro problema di fondo. L'Italia è un Paese che vuole e ha bisogno di attirare più investimenti esteri ma nello stesso tempo investe all'estero. La verità è che un Paese come l'Italia, che ha un problema di aree da sviluppare, fa investimenti esteri quando ci siano due condizioni: o che certi mercati di beni siano saturi internamente e non lo siano all'estero, o quando i costi di produzione spingono a produrre all'estero segmenti nel prodotto nazionale.
Infine, qualche considerazione suppletiva sul ruolo della piccola e media impresa, anche in considerazione del fatto che il 65% delle piccole imprese di San Paolo sono italiane o comunque di origine italiana. Il ruolo delle piccole e medie imprese è importante sia dal punto di vista economico che politico. La piccola impresa è più flessibile, si adatta meglio e più velocemente alle variazioni del mercato; offre maggiori incentivi al profitto; tende ad eliminare il conflitto di classe poiché l'imprenditore e l'operaio diventano la stessa cosa nella stessa persona. Allora, è molto importante che in Brasile - dove ci sono forti disuguaglianze nella distribuzione del reddito e dove quindi può prodursi in qualsiasi momento il conflitto politico e sociale - si sviluppi la categoria dei piccoli e medi imprenditori. In questo caso Italia e Brasile avrebbero due economie molto simili e le forme di collaborazione di assistenza reciproca sarebbero molto più ampie ed estese.
Una nota in conclusione sulla globalizzazione e sulla sua contestazione. La globalizzazione è un fattore di pace perché rende sempre più interdipendenti i paesi tra di loro. Certo bisogna promuovere politiche che conservino l'identità dei popoli - che è un patrimonio da proteggere e conservare - ma non capire che non si può fare a meno del mercato globale è un' arretratezza culturale che bisogna combattere.
di Antonio Marzano



