Un grande debito da saldare


La nostra storia si presenta come un patrimonio di valori e di lavoro, da difendere e sviluppare in maniera sempre più feconda. Ha scritto Decio Freiras, storico e giornalista brasiliano nel saggio "A revolucao dos Italianos": "Nessuna etnia europea ha superato quella italiana nel processo di costruzione di una società capitalista in Brasile ..... Gli emigranti italiani - di molto il maggior contingente euroccidentale - non solamente promossero lo sviluppo ma europeizzarono il sud del Brasile, tanto etnicamente quanto culturalmente".

È anche giusto ricordare, come motivo di gratitudine, il fatto che, in Brasile, non fu mai preclusa agli italiani la ricerca di un futuro più degno, essendo stato loro riconosciuto il diritto di poter disporre di lotti di terreno nelle colonie e di poter effettuare diversi da quelli agricoli. Con questa storia alle spalle, in cui si può leggere chiaramente l'ampiezza delle opportunità offerte e colte nel tempo dai nostri connazionali, non solo provenienti dal Sud d'Italia ma, quasi nella stessa misura, anche dal Nord, si può intuire perché la comunità italiana (quasi 25milioni) continui as essere protagonista e partecipe attiva del crescente progresso del Brasile, considerato la loro seconda patria, non avendo mai dimenticato la prima.

Confrontando le cifre della presenza italiana con quelle della popolazione complessiva, oltre 160 milioni di abitanti, si capisce anche, oltre le esigenze obiettive di ordine economico, la ragione morale della odierna cooperazione, che significa riconoscenza e sostegno nei riguardi della operosa comunità italiana, discendente di quei pionieri che vi approdarono con il solo tenace proposito di costruirsi un solido futuro, oggi sotto gli occhi di tutti. Non è un caso che il 65% delle imprese piccole e medie dello Stato di San Paolo, la locomotiva economica del Brasile, appartenga a imprenditori di origine italiana e che abbiano impianti produttivi Pirelli, Olivetti, Parmalat, Cirio e la Fiat, che ha fatto di Belo Horizonte una seconda Torino (con una produzione di autoveicoli doppia di quella torinese).
L'esame delle indagini sullo stato della cooperazione tra Italia e Brasile, e delle decisioni assunte dal Parlamento dà un risultato sostanzialmente soddisfacente. L'intesa, avviata concretamente nel 1987, in conseguenza del nuovo clima politico instauratosi in Brasile, dopo qualche fase di assestamento ha recuperato lo spirito originario. Va peraltro guardato con ammirazione il recupero sorprendente, rispetto alla cosiddetta "década perdi da", compiuto ad opera del Presidente Cardoso, illuminato rinnovatore, il quale ha rivolto il suo impegno a scuotere tradizionali pigrizie burocratiche, a superare gravi gap infrastrutturali, a dinamicizzare il Paese, e a ricercare nella cooperazione credibili riferimenti. Il tempo gli ha dato ragione: negli ultimi anni gli investimenti italiani in Brasile sono aumentati del 300%.

Nella tredicesima legislatura - quella attuale - la cooperazione messa in atto dal nostro Parlamento sulla scorta degli accordi bilaterali, ha all'attivo opere qualificanti in campi e settori cruciali:sanità, habitat, comunicazioni. Altrettanto efficaci risultano le iniziative non governative in cui si sono sperimentate sinergie e collaborazioni molto produttive. Questa è solo la prima fase della cooperazione. A determinare il punto di svolta ora deve essere la seconda, programmata con l'accordo quadro del febbraio 1998, impegnata sul fronte delle alte tecnologie e finalizzata a sviluppare l'attività delle piccole e medie imprese e alla costituzione di società miste italo-brasiliane. Questa seconda fase costituisce il passaggio più qualificante dei rapporti bilaterali perché in essa giocano un ruolo importante tre fattori decisivi: la crescita del Brasile, la disponibilità italiana ad aumentare i propri impegni, la sfida della globalizzazione. Il fatto che i nostri protocolli d'intesa puntino, tra l'altro, a rilanciare le piccole e medie imprese - il tessuto più vitale dei sistemi produttivi - basta a confermare il valore di una scelta lungimirante, considerando che la new economy deve poter contare su una valida rete di piccole e medie imprese.

La struttura dei flussi commerciali (fondato sui prodotti primari quello brasiliano, sui manifatturieri quello italiano) costituisce una condizione favorevole per intensificare gli scambi ed è importante che la collaborazione punti sempre di più su sfide di carattere tecnologico e si proceda di pari passo negli investimenti, gli unici capaci di creare un meccanismo virtuoso per i due Paesi.

di Antonio Martusciello
Componente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati