Tradizione civile della Magna Grecia


Vorrei dire prima di tutto, perché non soltanto io, ma numerosi colleghi, alcuni dei quali sono qui presenti, abbiano visto con simpatia la nascita di questa Associazione, che non è stata promossa da studiosi di storia o di archeologia ma da amici della cultura, animati dal proposito di alimentare la memoria della terra d'origine presso gli italiani, e particolarmente i meridionali, emigrati in America, e di tener vivo anche nel nostro Paese il ricordo della tradizione civile italiota che ha tanto contribuito alla formazione della cultura europea. Ci è parso che fosse doveroso incoraggiare e sostenere un'iniziativa in cui si esprime quest'esigenza sempre più vastamente sentita.

Considerando la storia civile della Magna Grecia, conviene richiamar l'attenzione sul contributo delle genti indigene allo sviluppo della civiltà italiota: le forme di questa sono tipicamente greche, ma essa, al pari di tutta la civiltà greca, fin dalle sue origini, non ha mancato di assimilare certi elementi della cultura degli ethne con cui i Greci si sono incontrati, anche prima della fondazione delle poleis coloniali, nelle aree occidentali da loro frequentate. Non si deve tuttavia dimenticare che la civiltà italiota, come la siceliota, se ha alcuni caratteri peculiari, appartiene pur sempre, per modi espressivi ed istituti, alla civiltà ellenica, che per prima ha dato unità culturale al mondo antico, segnando la via dell'unificazione politica e civile attuata da Roma. Di questa grande tradizione classica, fatta sua dal Cristianesimo, si nutre il nostro sentimento dell'unità mediterranea, che è essenziale per la nostra convivenza con le altre nazioni dell'area mediterranea.

In questo quadro mediterraneo, appunto, ricco di convergenze, di contrasti, di incroci, il mondo italiota, il mondo dell'Italia ellenizzata - donde il nome indigeno, nella forma greca di Italia, si è diffuso per tutta la penisola dall'estremo suo lembo occidentale - ha rappresentato una delle forze più creative. Non è superfluo rilevare anche qui l'infondatezza di un luogo comune, che raffigura le spedizioni coloniali come avventure di diseredati, di indigeni che percorrevano mari incogniti in cerca di terre incognite da coltivare. Non furono tali i protagonisti delle imprese coloniali: queste furono ideate e condotte da esponenti delle aristocrazie delle metropòleis, i quali disponevano di risorse economiche e, alla capacità di armare e comandare navi e di organizzare forze di lavoro, abbinavano un'esperienza militare, qual era necessaria perché non sempre le relazioni con gli abitanti delle zone occupate erano pacifiche, e in ogni caso alle nuove poleis occorrevano non solo agricoltori e artigiani, ma anche difensori. Il grosso dei proletari greci è arrivato in seguito, quando era assicurato il possesso delle nuove sedi; ed esso si è fuso col proletariato indigeno, così come alle aristocrazie coloniali non è mancata l'intesa, rafforzata talvolta da legami di parentela, con grandi famiglie indigene.

Ma è chiaro che la nascita e lo sviluppo delle poleis coloniali sono impensabili senza l'intervento di portatori di una superiore cultura. E' sintomatico che le prime grandi conquiste del pensiero, quelle che hanno dato alla grecità il primato civile nel mondo antico, siano avvenute nelle aree marginali colonizzate, in Asia Minore e in Italia e Sicilia: dove, cioè, il contatto con esperienze culturali diverse, iniziatosi in tempo molto anteriore alla fondazione delle colonie, e una maggiore possibilità di saggiare innovazioni in ambito politico e sociale e anche in ambito religioso, per l'inevitabile allentarsi, col distacco dalla polis d'origine, dei vincoli sacrali pubblici e di quelli gentilizia, permettevano di sperimentare forme di vita e di cultura diverse, rispondenti a situazioni nuove.



La Magna Grecia, in particolare, ha visto svilupparsi grandi movimenti di pensiero, che nella cultura europea hanno segnato momenti decisivi per la filosofia, la religione e la scienza.
Il primo è quello legato al nome di Pitagora, che non a Sauro sua patria ma a Crotone ebbe modo di definire una dottrina e fondare un "ordine" a cui son debitrici di nuovi e geniali orientamenti la politica, le matematiche e l'astronomia, la medicina; in più, il modo di vivere e di studiare dei Pitagorici era illuminato da un'intima esperienza religiosa non mai comunicata a profani. Nota ai non iniziati (e ai moderni) soltanto per discrete allusioni o per qualche accidentale cognizione (dei testi incisi in laminette auree, ad esempio), quella dottrina va probabilmente identificata con l'Orfismo, i cui lineamenti autentici è difficile riconoscere nella congerie di dati più o meno corretti, di interpretazioni e di invenzioni che la storiografia classica ha trasmesso.
Si intravede tuttavia, grazie specialmente a Platone, che sentì la suggestione del magistero pitagorico, la dominante presenza di un problema che fu posto in termini nuovi per il mondo greco non meno che per quello del vicino Oriente: il problema dei limiti e fini dell'esperienza umana, di là dalla vita terrena, in una ricerca dell'eterno attraverso lo studio della razionale armonia propria del cosmo come del microcosmo.

Movendo dal Pitagorismo, Parmenide formulò la dottrina fondamentale degli Eleati, il principio che "l'essere è, e non è possibile che non sia": e fece compiere alla filosofia un nuovo decisivo progresso, ampliando in ontologia la speculazione cosmologica e facendo oggetto d'indagine l'opinione, la doxa. Un medico contemporaneo e seguace di Pitagora, Alcrneone- di Crotone, avvertì per primo l'esigenza di una ricerca propriamente scientifica, ben distinguendo i suoi termini e modi dalle astrazioni delle scuole ioniche sulla natura; e aprì così la via al geniale Ippocrate di Cos, che diede nuovo fondamento non solo alla medicina, ma alla scienza greca in generale. In polemica con le deduzioni dei "fisiologi" ionici, intenti a postulare le archài, i principii naturali, il medico sviluppò la dottrina del crotoniate, richiamandosi all'indagine sulle concrete manifestazioni della vita, normali e patologiche, e principalmente sull'uomo, nella sua struttura intellettuale oltre che fisica, e sulle sue relazioni col mondo in cui vive.
Un segno della vivacità e dell'importanza dei centri di cultura italioti è la divergenza, che si fa sempre più chiara, tra due concezioni della scienza medica, una formatasi in ambito pitagorico, soprattutto per opera di Alcmeone, e un'altra che fa capo a Parmenide.

Due "vite", di Ippocrate e di Galeno, compilate nel secolo XII da un erudito situ-egiziano e tradotte, nel tardo medioevo, dall'arabo in castigliano, in latino e poi in più lingue europee, oltre a confermare che la tradizione di una scuola medica eleate avente a capo Parmenide era ben accreditata nella storiografia greca, ricordano che tre medici della scuola di Parmenide diedero a questa, in tempi diversi, indirizzi particolari, dei quali l'uno privilegiava l'esperienza, l'altro la teoia, il terzo le tecniche terapeutiche; e anche ciò parla in favore di una scuola ricca di fermenti e non cristallizzata in tradizionali pratiche mistico-magiche, quali erano quelle degli Ascleipiei, in cui la funzione iatrica era del tutto marginale e l'infermo devoto confidava soprattutto nell'intervento miracoloso del nume.
Alla suggestione della civiltà italiota già non s'era sottratto Platone, formatosi in un'Atene ancora illuminata dallo splendore del quinto secolo. Approdato in Magna Grecia dopo la morte di Socrate, nei colloqui con Archita e gli altri pitagorici tarantini trovò conforto e ispirazione, e tornato in Atene fondò la sua Accademia concepita come scuola formativa di cittadini capaci, per doti intellettuali e morali, di governare saggiamente la loro polis.

Più che un organismo politico nel senso moderno, la polis rappresentava per i Greci la migliore forma di comunità civile, e per i filosofi quella che più era propizia allo sviluppo dell'uomo interiore, su cui si è sempre appuntata la speculazione filosofica greca. A quello sviluppo miravano anche le grandi esperienze religiose greche con le loro dottrine etiche ed escatologiche; e più delle altre la dottrina religiosa dei Pitagorici, l'Orfismo, che al pensatore ateniese divenne nota in Italia, probabilmente rivelatagli dai suoi amici tarantini.
Troppa nota è l'arte della Magna Grecia perché sia necessario un lungo discorso sull'originalità degli architetti e degli artisti; basterà ricordare la pittura vascolare e tombale ed opere insigni di scultura quali i rilievi del Heraion alla foce del Sele e i rilievi dei pìnakes locresi. Almeno un cenno si deve anche fare alla tradizione che collocava nell'Italia, nel grande centro sacrale di Locri Epizefirii, l'inizio della legislazione scritta.

Si pensi, ora, alla qualità e misura del contributo che le aree coloniali d'occidente hanno portato alla formazione della civiltà greca, prima, e, poi, della civiltà europea; all'influenza che le tradizioni di cultura italiote e siceliote hanno continuato ad esercitare quando delle poleis non viveva che il ricordo e i centri urbani erano in declino e le regioni meridionali erano state depredate da invasori e conquistatori. Quelle tradizioni avevano tuttavia formato un humus propizio a nuove grandi esperienze intellettuali: dal Vivarium di Cassiodoro al monachesimo basiliano, da Nilo di Rossano a Gioacchino da Fiore, dai maestri della Scuola Salernitana a Barlaam di Seminarti, da Telesio a Campanella.
Questa operante eredità spirituale dà ragione dell'interesse con cui guardiamo alla civiltà italiota e la facciamo oggetto del nostro studio, e amorosamente raccogliamo e scrutiamo i documenti del suo passato. La ricerca storica esige, però, non solo impegno ed entusiasmo, ma lunga e seria preparazione: senza di che, verrà meno quella consapevolezza del nostro patrimonio di cultura che è lo stimolo più forte ed efficace ad una rinnovatrice attività civile, ispirata all'alta visione etico-politica che filosofi e storici, da Platone a Croce, ci hanno proposto.

Di Giovanni Pugliese Carratelli