La “politèia” tra Siracusa e il primo e il secondo “ pitagorismo” nella Magna Grecia


Platone nel suo tempo e per il suo tempo

La concezione etico-politica di Platone, in Sicilia (a Siracusa) e, ad un tempo, il suo modo di aver interpretato il "pitagorismo" sia come "modo di vita" (eticamente) sia teoreticamente (in Sicilia e in Magna Grecia), hanno avuto una notevole incidenza. Sono, questi, due aspetti del pensiero di Platone che rivelano non solo una elaborazione continua del suo modo di concepire, ma anche la sua esigenza di inserirsi fattivamente in una realtà storico culturale precisa e sofferta.
Le sue sono state sempre risposte riflesse e puntuali alle domande che poneva di volta in volta la storia di Atene e della Grecia. Platone si è sempre calato nel suo tempo e agisce per il suo tempo. Platone non fu un "platonico".

Non questo il luogo per esporre i vari momenti del pensiero di Platone, in una discussione serrata con i molteplici movimenti culturali, fino alla morte di Socrate. Ma sì per ricordare i suoi viaggi a Siracusa, i suoi incontri con il "pitagorismo" di Crotone e di Taranto. Dopo la morte di Socrate (399 a.C.), si reca a Megara, con altri amici del comune maestro, presso Euclide di Megara, socratico e parmenideo. Si muove poi per un lungo viaggio che lo porta a contatto con gli ambienti della cultura contemporanea. Probabilmente conosce allora il matematico Teodoro di Cirene, il pitagorico e politico Archita di Taranto; visita Creta, l'Egitto, altri paesi. Se dubbi sono alcuni di tali viaggi, è certo, invece, che, circa il 388, Platone è a Siracusa. A Siracusa domina il tiranno Dionisio il Vecchio e che,. sempre nel 388, sulla quarantina - come risulta dalla VII lettera -, visita oltre che la Sicilia, l'Italia, entrando in rapporti di amicizia con Archita di Taranto. A Siracusa incontra Dione, cognato di Dionisio il Vecchio. Con Dione intreccia un rapporto affettivo e intellettuale, volto alla delineazione (e possibile attuazione) della concezione etico-politica di Platone, instaurando in Siracusa una politèia, che sia una giusta respublica, non governata "privatamente", dominata dal prevalere del cibo, del denaro, dei giuochi, disordinata, pur ritenendo questo un modo di vita felice. Il tentativo, con Dione: educare la città alla temperanza, al vivere civile e pubblico.

"E' inevitabile che queste città non smettano mai di cambiare regime, in tirannidi, in oligarchie, in [degeneri] democrazie, e che i detentori del potere in queste città non tollerino di sentir pronunciare nemmeno il nome di una costituzione giusta e basata sull'uguaglianza davanti alla legge" (VII let¬tera, 326 d-e ). Dionisio il Vecchio prese in odio Dione, tanto che, alla fine, lo fece imbarcare su di una navicella e lo cacciò con infamia. Dionisio il Vecchio avrebbe voluto cacciare e condannare anche Platone e gli altri amici. Ebbe paura di una rivolta e cercò di accattivarsi i ribelli. Platone, comunque, fu relegato sull'Acropoli da dove non sarebbe potuto fuggire, né essere prelevato da qualche capitano di nave. Platone sperò ancora di convincere Dionisio il Vecchio a "cambiare vita", prescrivendogli una dieta (la sua concezione dello Stato come misura), così, egli scrive, come si fa con un ammalato (VII lettera, 330d).

Sappiamo che Platone tornò a Siracusa nel 367-365, chiamato da Dione, rientrato in Siracusa, sperando che con il figlio di Dionisio il Vecchio, Dionisio II, si riuscisse ad attuare ciò che era andato perduto. "Dione persuase Dionisio a farmi mandare a chiamare, e lui stesso mi mandò a chiedere che venissi al più presto in qualunque modo, prima che a Dionisio capitassero altri a indirizzarlo verso un sistema di vita diverso da quello migliore...". [Egli mi pregava di venire e di riprendere i nostri discorsi e insegnamenti]. [Alla fine decisi di partire dalla patria], "non certo spinto da quei motivi che taluno credeva, ma perché provavo vergogna, soprattutto di fronte a me stesso, di non essere altro che un teorico, cui manca sempre la volontà di metter mano a qualsivoglia opera..., avrei poi rischiato di tradire l'ospitalità e l'amicizia di Dione che in quel momento traversava davvero non insignificanti pericoli" (VII lettera, 327e-328d).

Platone, dunque, non fu "platonico", né il suo è un astratto sistema metafisico. "Provavo, dunque, vergogna di non essere altro che un teorico ".
Si delinea l'esigenza di Platone ad operare nella società del suo tempo, in una tensione, attraverso Socrate, a portare l'uomo a se stesso, alla consapevolezza critica di sé, non preso dall'immediatezza delle passioni, anzi a svegliare l'uomo dal suo esserci quotidiano, passivo e non attivo, cadavere vivente. Certo questo è l'impegno che tutti dovremmo avere in ogni epoca, poiché in ogni epoca, pur cambiando i contenuti, resta l'uomo che, da sempre, è un Caino. Per ciò dicevamo che nella Politèia, Platone, prendendo le mosse dalla situazione storica, è volto a proporre le condizioni che permettono un giusto rapporto, in una res publica che non scada a res privata, e che si ponga come termine di realizzazione, in una "morale" aperta e non chiusa in definitivi contenuti. Tale, indipendentemente da una ricostruzione puntuale del pensiero politico di Platone, la funzione di Platone in relazione alle situazioni storiche occidentali, a partire da Siracusa e ad un tempo dalla Magna Grecia. Per la Magna Grecia, da Crotone a Taranto, ricordiamo il peso che ha avuto in Platone il "primo pitagorismo", anche sul piano politico, oltre che su quello teoretico matematico, e come formulato da Platone si delinei poi dalla Magna Grecia entro i termini della cultura occidentale; a parte i modi con cui fu interpretato in altre situazioni storiche e in altre atmosfere culturali.

Nel 361 Platone è nuovamente a Siracusa, ma senza Dione. Altri momenti drammatici. Si arriva al punto che Dionisio tiene prigioniero Platone e che Platone rischia la vita. Lo salva l'intervento di Archita di Taranto, che riesce a farlo partire per Atene.
Platone: mai si deve smettere di filosofare, ossia sempre è da tener presente un modo di vita adeguato al sapere, al saper pensare, senza rifiutarsi d'essere uomo. Su questa linea Platone interpreta l'atteggiamento di Pitagora a Crotone, da un lato volto all'insegnamento della scienza, dall'altro a richiamare sempre tutti a un modo di vita ( il "modo di vita pitagorico"), che non era certo quello ch'egli incontrò a Crotone. Non è un caso anzi, che Pitagora sia stato perseguitato insieme ai suoi amici, sia dagli aristocratici, sia dai democratici.

Pitagora ha fatto molto per la vita etica, e "appunto per questo fu sommamente amato e ancora oggi i suoi tardi discepoli, chiamando pitagorico il proprio tenore di vita, si manifestano in un certo senso ben distinti da tutti gli altri uomini" (Repubblica, 600a-b). Due aspetti: un consapevole saper vivere giustamente, in una "misura" che non è data, ma è una conquista, che mediante Platone hanno determinato due generi di vita, in conflitto da sempre, sia in Sicilia sia in Magna Grecia, e ancora oggi. Ma c'è dell'altro, che dalla Magna Grecia, i secondi "pitagorici", da Taranto in particolare, pongono a Platone: la questione di come è possibile la scienza, e di quale scienza si può parlare. Non è qui il caso di proporre un lungo discorso su questa tematica, ma indubbiamente è di primo piano vedere come per Platone l'unica scienza possibile, che non sia la scienza etico-politica, è l'ari tmo -geometria, e non la fisica, ché tra la natura e l'uomo c'è il diaframma della parola e del nostro modo di ragionare che è, appunto, il ragionare numerico-geometrico.

Proprio dell'uomo il calcolo: sì come è necessario il "calcolo" sul terreno etico politico - senza uscire dall'uomo - così, senza uscire dall'uomo, è possibile il calcolo, ossia saper pensare bene scientificamente. Dalla Ionia alla Magna Grecia, da qui si passa a Platone e da Platone alla Magna Grecia e in occidente, in infinite sfaccettature e interpretazioni.

di Francesco Adorno