Platone e l’Italia


Agli albori del sec. XIX, precisamente tra il 1804 e il 1806, veniva pubblicato a Milano il "Platone in Italia", di Vincenzo Cuoco, lo storico e uomo politico, esule in Francia e, poi, nella Repubblica Cisalpina dopo la fallita rivoluzione napoletana del 1799. Nato nel clima e sotto l'influsso delle dolorose esperienze sofferte dall'autore in quei tragici eventi, il romanzo risentiva in maniera evidente del carattere che tale genere - il romanzo archeologico, appunto - aveva assunto in Italia, di opera, cioè, sostanzialmente politica e morale. In esso, quindi, le antiche memorie erano asservite ad ideali contemporanei di formazione civile ed utilizzate per indurre alla meditazione politica e alla indagine storica.
Dalla narrazione del viaggio, assolutamente immaginario, che l'autore fa svolgere a Platone da Taranto a Metaponto, da Sibari a Locri, poi, nel Sannio, fra le genti italiche, di cui vengono esaltati i costumi e le civiltà, erano tratte considerazioni ed esortazioni intese a promuovere un'azione che, facendo leva sulle virtù insite nelle antiche genti della penisola, dall'autore identificate con una Italia "pitagorica", portasse gli Italiani tutti a realizzare l'indipendenza e la fusione in uno stato unitario.

Il "Platone in Italia" del Cuoco, quindi, pur essendo fondato su una diretta e approfondita conoscenza delle antiche fonti e su una ricchezza di notizie erudite di carattere storico, archeologico, antiquario, di tradizione settecentesca, è tuttavia un'opera Mi tendenza" in senso politico e non può essere in alcun modo utilizzata per rievocare la realtà storica dei rapporti del filosofo ateniese con la Magna Grecia e la Sicilia del suo tempo.                                                              
Di questi rapporti, invece, e dei viaggi che Platone fece in Italia, nella Taranto di Archita e, soprattutto, in Sicilia, a Siracusa, alla corte dei due Dionisii e presso il suo amico Dione, nurherose notizie ci sono note. A tal fine, particolarmente illuminanti sono le "Lettere" scritte dal filosofo a Dionisio II (I, II, III, XIII ), a Dione (IV), e ai suoi seguaci (VII, VIII), ad Archita di Taranto in particolare, personaggi di altissimo livello, protagonisti di un assai importante momento della storia della grecità d'Occidente, nel quale anche Platone, per le sue dottrine e la sua autorità, ebbe una parte di primo piano.

Il primo viaggio di Platone in Italia e in Sicilia ebbe luogo nel 388-387 a.C.- il filosofo aveva allora 40 anni- ma si concluse drammaticamente con un episodio di cui Platone tace, ma di cui abbiamo egualmente notizie: la sua cattura, per ordine del tiranno Dionisio I, evidentemente infastidito e preoccupato dalle idee propugnate dal filosofo, e la vendita come schiavo sul mercato di Egina, dove, però, fu riscattato da un benemerito cittadino di Cirene.
Alla morte di Dionisio I (367 a.C.), tuttavia, il nobile siracusano Dione cognato e poi genero del tiranno, di cui era stato collaboratore, e che del giovane di lui figlio, Dionisio II, era divenuto consigliere, imbevuto di idee platoniche e convinto che tali idee potessero giovare al nuovo tiranno nel governo della città, lo indusse a invitare Platone a tornare a Siracusa.
Il filosofo vi giunse accompagnato dal discepolo Senocrate, ma presto dovette constatare che le speranze di Dione e sue erano tutte infondate, in quanto nel giovane tiranno una, pur presente, naturale disposizione alla filosofia non era tale da prevalere sulla smania di potere, nutrita di avidità, diffidenza, ipocrisia, cedevolezza alle calunnie. Dione, infatti, fu esiliato e Platone, deluso, tornò in Atene.

Tuttavia, indotto da Dione, che riponeva in lui le residue sue speranze di tornare in patria, e sollecitato da Archita e da altri amici tarantini, desiderosi di evitare una rottura di rap¬porti con Dionisio, il filosofo venne per la terza volta a Siracusa, nell'aprile del 361 a.C., accompagnato in questa occasione dal nipote Speusippo. Delle difficoltà incontrate, dell'equivoco comportamento del tiranno e della difficile conclusione del suo soggiorno, conseguita solo grazie all'intervento degli amici governanti di Taranto, Platone ci ha lasciato un'assai vivace descrizione nella celebre lettera VII, il documento più importante, sia per la storia siracusana di quel travagliato periodo, sia per la interpretazione del suo pensiero.

Da questa lettera e da altre relative alla stessa esperienza si ricava chiara l'impressione che l'insistenza, nonostante le drammatiche vicende e le avventurose conclusioni dei suoi viaggi, con cui Platone cercò di coltivare rapporti con l'ambiente siracusano, nell'età dei due Dionisii, fosse dovuta alla sua convinzione che, nonostante tutto, fosse quello il terreno più favorevole a sperimentare la sua visione di un governo ideale, in cui - come egli stesso scriveva nella già citata VII lettera,- al potere politico fossero pervenuti veri e autentici filosofi, oppure i governanti fossero divenuti, per grazia divina, essi stessi veri filosofi".
Dell'amara delusione patita abbiamo già detto. Ma forse - è questa una mia, personale opinione - il pensiero platonico non mancò di avere un qualche influsso nella azione politica, non tanto di Dionisio II, quanto su quella del suo geniale genitore, Dionisio I.
E' noto che questo tiranno, in una delle sue rivoluzionarie iniziative nel settore finanziario, adottò un provvedimento arditamente innovatore, possiamo aggiungere, straordinariamente precorritore dei tempi.

Egli, infatti, in un'epoca in cui - come è noto - la moneta aveva solo valore reale, limitò le emissioni in metallo prezioso - oro e argento - solo ai grossi nominali, riservati evidentemente a circolare fuori dei confini dello stato siracusano: nell'ambito interno, invece, doveva circolare esclusivamente moneta in bronzo, a corso forzoso, fortemente sopravvalutata. Questa impostazione, che nettamente distingueva tra circolazione interna, fondata su valuta a corso forzoso, ed esterna, con moneta a valore reale, secondo le consuetudini del mondo greco, riflette - a mio avviso - con significativa precisione, la concezione platonica secondo la quale "... a nessun privato deve essere permesso di possedere oro né argento, ma solo una moneta... che abbia corso presso di loro, ma che non valga nulla presso gli altri popoli..." e solo per pagamenti all'esterno dello Stato doveva essere consentito l'uso di monete in metallo prezioso (Leggi v 742 a b).
Io credo che dall'incontro (anche se poi esso divenne scontro e drammatica rottura) tra la intuizione del grande filosofo e la spregiudicata genialità di un energico tiranno sia nato uno dei più efficaci strumenti del vivere moderno: la moneta a valore fiduciario.

di Attilio Stazio