Gli italiani in Brasile


La grande emigrazione

Matteo Sanfilippo (Firenze 1956) insegna Storia della cultura nordamericana e Storia dei rapporti politici tra Europa e America del Nord, nella facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne dell'Università della Tuscia (Viterbo). Ha pubblicato diversi volumi sui rapporti fra Europa e Americhe e sul tema dell'emigrazione. Ci limitiamo a ricordare Europa e America: La colonizzazione anglo-francese (Firenze 1990) e L'emigrazione italiana nelle Americhe (Roma 1992).
Nel precedente numero del Magazine Matteo Sanfilippo ha ricostruito le vicende remote del rapporto fra l'Italia ed il Brasile, ricordando la spedizione di Ferdinando de' Medici nel 500, le prime presenze italiane ed i primi flussi migratori. con una sottolineatura dell'attenzione delle autorità vaticane per l'opera di evangelizzazione delle prime comunità di emigranti.

1. I prodromi brasiliani della grande immigrazione (1848- 1870)

Nonostante le preoccupazione di Gaetano Bedini la presenza italiana in Brasile non aumenta tra la fine degli anni quaranta e gli anni sessanta dell'Ottocento, né i pochi immigrati italiani attirano l'attenzione degli evangelizzatori protestanti. Inoltre, negli stessi decenni, l'attività politica dei nostri esuli diminuisce notevolmente nell'impero luso-americano: il baricentro dell'emigrazione politica si sposta infatti verso Buenos Aires e New York. E' quindi un periodo di assoluta calma, nel quale ogni anno arrivano al massimo qualche centinaio di italiani. Nel frattempo, però, i legami fra la Penisola e il Brasile si rinserrano, perché nel 1843 convolano a giuste nozze l'imperatore Pedro II e Teresa Maria Cristina di Borbone. Il matrimonio non influenza i flussi migratori, tuttavia l'imperatore inizia a vedere favorevolmente l'immigrazione italiana nel quadro del rivoluzionamento, da lui imposto, della politica di popolamento del Brasile. Pedro Il decide infatti di abolire l'antico sistema coloniale di sfruttamento dei suoi domini e prevede l'assegnazione di terre vergini agli immigrati (Lei de Terras del 1850).

Gli europei, però, non si precipitano in massa e la legge 3784 del 19 gennaio 1867 decreta allora che siano reclutati da apposite agenzie. A questo punto, come vedremo più avanti, entrano in gioco anche i contatti italiani dell'imperatrice. L’opera delle agenzie è in genere coordinata ai bisogni dei piantatori di caffè e alle esigenze delle società fondate per dissodare e colonizzare le terre vergini. Dalla cooperazione dei due tipi d'impresa nascono numerose colonie", cioè insediamenti d'immigrati. Molte spariscono in un breve torno di anni e coinvolgono nel loro fallimento gli italiani che hanno varcato l'oceano. Altre sopravvivono nonostante le condizioni ambientali ed economi che assai difficili. Altre ancora si trasformano o lasciano in eredità i propri uomini a nuovi esperimenti. In ogni caso già tra il 1867 e il 1875 preparano il terreno per una crescita esponenziale dell’immigrazione durante l’ultimo quarto di secolo.

2. Le partenze dall'Italia (1848-1880)

Per quanto riguarda l'Italia il periodo compreso tra la prima guerra d'indipendenza (1848) e la conquista di Roma (1870) non registra alcuna accelerazione o moltiplicazione delle partenze per il Brasile.
Questo resta una terra lontana che attira poco gli emigranti: molto meno delle tradizionali mete europee e delle nuove destinazioni statunitensi e argentine. Soltanto nel 1864 gli arrivi italiani in Brasile superano le due migliaia, mentre nel 1869 superano il migliaio; per gli altri anni di quel periodo si parla di poche centinaia o addirittura di poche unità: è quanto, per esempio, accade nel 1852 e nel 1870.

Bisogna, però, aggiungere che in quel lasso di tempo i flussi italiani verso l'estero non sono notevoli. E' infatti decisamente in aumento la mobilità all'interno della Penisola e si mantiene stabile il movimento alpino tra Piemonte, Liguria e Francia, tra Lombardia e Svizzera e tra il Triveneto e l'Austria, mentre le partenze transoceaniche assommano ancora a poche migliaia e sono soprattutto dirette verso i soli Stati Uniti, l'Argentina e l'Uruguay. L’ emigrazione italiana conosce invece un primo decollo tra il 1870 e il 1880, quando si addizionano più fattori: sovrappopolamento relativo e fragile sviluppo economico; aumento del differenziale salariale tra l'Italia e paesi d'immigrazione; rifiuto da parte della società contadina della nuova subordinazione politica ed economica nella Penisola unificata; ristrutturazione produttiva di alcune aree con conseguente espulsione di forza lavoro. I nuovi fenomeni emigratori investono soprattutto il nord e il centro dell'Italia; per una massiccia crescita delle partenze meridionali si deve attendere l'ultimo decennio del secolo. Nel frattempo il Sud offre soprattutto sacerdoti disposti a partire persino senza l'autorizzazione dei vescovi, cosicché il Vaticano deve intervenire a più riprese per impedire la fuga degli ecclesiastici più poveri verso gli Stati Uniti, il Canada, l'Argentina e il Brasile.

Ogni sforzo è, però, vano e i dicasteri della Santa Sede continuano a emanare disposizioni in merito sino quasi alla prima guerra mondiale, segno che nessuna di esse è realmente rispettata. Le partenze di religiosi sono accompagnate da quelle di esploratori, naturalisti, scrittori e giornalisti: in questo caso non ci troviamo di fronte a fenomeni migratori. Tuttavia questi viaggi forniscono informazioni sullo sviluppo economico e sociale del Brasile e sulla possibilità di trovarvi lavoro. A partire dagli anni settanta la letteratura di viaggio diviene fiorente per quanto riguarda il gigante luso-americano e soprattutto assume toni quasi propagandistici per quanto attiene alle possibilità di emigrare. Tale versante propagandistico non è soltanto italiano.

Lo stretto rapporto tra la pubblicità delle agenzie di emigrazione e i resoconti dei viaggiatori, persino di quelli non personalmente interessati al mercato delle braccia, è documentato anche per altre nazioni europee, per esempio il Belgio e la Gran Bretagna in relazione all'emigrazione verso il Nord America. In Italia comunque la riflessione sulle possibilità delle terre nuove e sui meriti (o sui demeriti) di migrazione e colonizzazione è continua e martellante e pervade tutta la produzione pubblicistica. Di conseguenza ogni piccolo centro delle aree esportatrici di manodopera è raggiunto da volumi e da articoli, che attestano la possibilità di far fortuna altrove: il lavoro degli agenti di emigrazione è così facilitato ed è stimolata l'iniziativa di coloro che vogliono partire per ricominciare la propria vita daccapo o per integrare le risorse familiari con i guadagni di un (breve) periodo all' estero.



3. La grande emigrazione verso il Brasile

E' invalso da tempo l'uso di definire gli anni dal 1870 al 1915 come quelli della "grande emigrazione" italiana. Si tratta infatti di un periodo, nel quale gli agenti d'immigrazione delle due Americhe trovano una forte rispondenza nel mercato delle braccia italiane e nel quale reti informali (familiari, comunali e persino provinciali) provvedono un continuo ricambio di partenti. In tale periodo si possono distinguere tre fasi: la prima, che si protrae dal 1870 al 1890, vede la preminenza dell'Argentina come meta migratoria; la seconda, che copre quasi tutto l'ultimo decennio del secolo, assegna al Brasile la palma di paese preferito; infine a partire dal 1898 l'irrobustirsi del flusso dall'Italia meridionale trasforma gli Stati Uniti nell'America per eccellenza, ma non dimentica neanche gli altri paesi americani. Il Brasile è quindi la meta principale dal 1890 al 1898, ma anche nella prima e nella terza, delle fasi appena descritte, attrae una cifra non disprezzabile d'immigrati italiani. Questi tendono inoltre a stabilirsi nella nuova patria, in aperto contrasto con quanto avviene nel Nord America. Vedremo più avanti ragioni e caratteristiche di tale sviluppo.

Per il momento è interessante notare come l'emigrazione italiana verso il Brasile tra il 1870 e la grande guerra possa essere ulteriormente suddivisa in base alle aree di arrivo e alle occupazioni prescelte dagli immigrati. Tra il 1876 e il 1896 un'immigrazione eminentemente agricola porta gli italiani a dissodare le terre delle province, poi stati, di Santa Caterina, Parana e Rio Grande do Sul. Tra il 1885 e il 1901 un'immigrazione progressivamente più urbanocentrica spinge gli italiani verso San Paolo.
Questo secondo filone si protrae nel primo quarto del secolo e trova sbocchi secondari negli stati di Espirito Santo e Minas Gerais: anche in queste zone e anche nel Novecento, però, gli impieghi agricoli affiancano quelli industriali o commerciali. Per comprendere l'evoluzione dei trasferimenti italiani si devo- no tenere presenti alcune caratteristiche dell'emigrazione italiana e le trasformazioni del regime economico e politico brasiliano. L'emigrazione dalla Penisola tende in genere e da molti secoli a trovare all'estero quella liquidità che scarseggia a casa e quindi a reinvestirla in patria.

A lungo quindi le mete preferite sono europee, ma nella seconda metà dell'Ottocento, grazie al miglioramento dei trasporti, anche gli Stati Uniti o l'Argentina divengono un polo di attrazione per chi vuole integrare l'economia familiare con un viaggio temporaneo. Il Brasile potrebbe adeguarsi a questo modello, se nonché il già citato Pedro II proibisce la tratta degli schiavi nel 1851 e venti anni dopo dichiara liberi i figli di madre schiava. I grandi proprietari terrieri, soprattutto i fozendeiros dell'area del caffè, devono quindi reintegrare le riserve di manodopera a basso costo e offrono agli emigranti condizioni particolarmente favorevoli, almeno in apparenza, per convincerli a insediarsi stabilmente in Brasile. Il viaggio in Brasile è assai faticoso, ma chi si appresta a lavorare nei latifondi del caffè o a disboscare foreste vergini può in alcuni casi ottenere un appezzamento di almeno 15 ettari (ma si può arrivare sino a 60), mediante l'accensione di un'ipoteca. Tale possibilità invoglia coloro che emigrano dall'area padana e soprattutto veneta, perché ritengono di non avere in patria alcuna possibilità d'incrementare il proprio fazzoletto di terra. In pochissimi anni gli arrivi aumentano a ritmo sostenuto e nel 1881 sono presenti in Brasile 82.000 italiani, molti dei quali hanno abbandonato i luoghi aviti per conquistarsi una terra e sono perciò decisi a rimanere. Come già ricordato, nel 1870 gli immigrati italiani ufficiali si contano sulla punta delle dita, ma l'anno successivo e di nuovo nel 1875 gli arrivi superano il migliaio.

Alcuni dei nuovi immigrati non sono in realtà partiti per andare a lavorare nell'impero luso-americano. Nei primi anni del decennio gli appaltatori brasiliani di manodopera non arrivano sino in Europa, ma si sono limitati a strappare braccia alla vicina Argentina. Questa infatti è allora in difficoltà (e qualcosa del genere si ripete anche agli inizi degli anni novanta, ma questa volta sono gli italiani ad abbandonare spontaneamente il Rio della Plata) e agli emigrati delusi, perché sottooccupati o ancora in cerca di lavoro, sono magnificate le potenzialità brasiliane in campo agricolo o minerario: e in quest'ultimo caso è ovviamente sottolineato come oro e diamanti siano alla portata di tutti. Per gli importatori di forza-lavoro è infatti più sicuro prendere chi è già in America Latina. Non è in effetti detto che chi parte dall'Italia arrivi effettivamente in Brasile. In più di un caso gli emigranti reclutati muoiono durante la traversata dell'Atlantico, stroncati dai pessimi standard igienici, oppure sbarcano, quando sono ancora in Europa, perché (giustamente) spaventati dalle condizioni di viaggio.