Sibari e la sua leggenda


II tratto di costa che va da Reggio Calabria a Taranto è uno dei più belli della penisola italiana. Forma golfi e promontori, ha ampie spiagge in un mare limpidissimo e i monti, verso l'interno, assumono forme curiose e bizzarre di becchi di falco, cupole piramidi. Dai monti scendono al mare grandi fiumare che d'inverno hanno acque impetuose e torbide mentre d'estate si riducono a miseri rigagnoli che corrono tra bianche pietraie dove crescono i lentischi e gli oleandri. Molti paesi interni sono paesi-fantasma. Nel dopoguerra gli abitanti li hanno abbandonati emigrando al Nord o andando fuori d'Italia: e ora restano le case ancora intatte ma vuote e silenziose, come le tombe di cimitero.

Nel tratto di costa del profondo Sud, ci troviamo nella zona più povera e più economicamente depressa dell'Italia. Eppure 25 secoli fa, questa zona era l'America dei greci e ci fu un boom economico culturale che non si ripeterà mai più. Quell'America ebbe il nome di Magna Grecia, come a distinguerla dall'altra Grecia che al paragone sembrava piccola; e la sua civiltà e cultura hanno fatto da punto di partenza e base della civiltà occidentale. Oggi i paesi costieri come Locri, Caulonia, Crotone, Sibari, Metaponto, conservano i nomi delle antiche metropoli magnogreche; ma le metropoli, con i loro edifici, i loro templi i, le loro opere d'arte sono scomparse sottoterra o in fondo al mare. In più di un secolo gli scavi archeologici hanno portato alla luce mura, resti di templi, monete, statue; e di tanto in tanto l'aratro no il trattore del contadino o un pescatore subacqueo a caccia di cernie scoprono, come è accaduto coi bronzi di Riace, un nuovo tesoro. Ma queste scoperte, che sono solo la punta dell'iceberg, bastano per darci un'idea della grandezza e magnificenza di quel mondo nel quale affondano le nostre radici culturali. Cercarlo e conoscerlo è come cercare e conoscere noi stessi nella fase iniziale del nostro sviluppo spirituale: un' avventura straordinaria.

Prima dell' arrivo dei colonizzatori greci il Meridione d'Italia era abitato da un mosaico di popolazioni di origine e provenienza varie che si chiamavano Ausoni, Enotri, Itali, Siculi, Coi, Messapi, Japigi, e vivevano di pastorizia e di agricoltura. Mercanti e avventurieri greci avevano cominciato a visitare la penisola più di mille anni prima di Cristo e, tornando in patria, avevano diffuso racconti e descrizioni di posti di cui Omero si servirà nell' odissea; ma le spedizioni in massa, per fondare delle colonie, cominciarono solo verso la metà del VII secolo avanti Cristo.

I greci emigravano verso l'Italia, che era il oro West, per motivi politici, demografici, spirito di avventura, forse anche perché stimolati dai racconti omerici; ma il motivo fondamentale della loro emigrazione fu quello di tutti gli emigrati della storia: il desiderio di migliorare le proprie condizioni economiche e fare fortuna. L’ Italia del Sud appariva un po' come apparirà l'America 25 secoli dopo ai loro lontani discendenti: una terra di grandi opportunità, con un suolo fertile (a Sibari una misura di grano ne restituiva cento), fiumi navigabili, miniere di argento e bronzo, grandi boschi, molta selvaggina (un gruppo di achei, sbarcato sulla spiaggia di Crotone e terrorizzato da un rombo cupo che udiva nell'aria, sia accorse con grande sorpresa che veniva prodotto dalle ali di uno stormo di pernici in volo). Valeva, dunque, la pena sfidare mostri e sirene, insidie umane e divine come quelle ammannite da Omero, pur di giungere in Italia e fondare una colonia.

La maggior parte delle spedizioni venivano organizzate sotto il patrocinio delle città che nominavano un ecista o capo spedizione e lo mandavano a interrogare l'oracolo di Delfo, prima di partire, per avere istruzioni sulla scelta del Posto. Gli emigranti che si affollavano in città di mare come Corinto o Eretreia, erano come quelli dei principi di questo secolo che affollavano le banchine di Napoli o Palermo: giovani e senza donne. Il viaggio con le triremi durava circa una settimana e si navigava il più possibile in vista della terra, per cercarvi rifugio in caso di pericolo. L’ ordine cronologico degli arrivi greci e delle fondazioni delle città è un po' incerto. La cronologia poi è stata resa più complicata dal fatto che le città, sviluppandosi, si inventavano antenati illustri cercandoli di preferenza nell'almanacco di Gotha degli eroi di Troia. La storia era quasi sempre la stessa: l'eroe, di ritorno da Troia, era stato sbattuto da una tempesta sulla costa italiana e qui aveva fondato questa o quella città.

La tradizione mitologica, quindi, fa arrivare in Italia Ulisse, Aiace, Filotrere, Menesteo, Epeo, costruttore del cavallo di Troia, e molti altri. E ad essi bisogna aggiungere Eracle il quale, avendo preso i buoi a Gerione, se li sarebbe portati attraverso tutta l'Italia, lasciando il segno della sua presenza in ogni posto dove si era fermato: a Capo Lacinio, ad esempio, prese a colpi di mazza il re che aveva tentato di rubargli i buoi; ma nella furia colpi anche Croton, il genero del re, che non c'entrava niente. Poi, per espiare il suo fallo, gli tributò onoranze funebri solenni e predisse che un giorno sulla sua tomba sarebbe nata la città di Crotone. Mitologia a parte, secondo un ordine cronologico largamente accettato ma non condiviso da tutti, la prima colonia in Italia sarebbe stata Cuma, fondata da un gruppo di calcidesi nel 750 avanti Cristo. Questi calcidesi poi sarebbero andati a sud per fondare Nasso, Siracusa, Messina, Reggio; altri greci sul finire del secolo VIII avrebbero fondato Sibari, Crotone, Taranto e nella prima metà del secolo VII Locri, Caulonia, Siri, Metaponto. Gli insediamenti greci, avvenuti senza notevoli resistenza da parte degli indigeni, continuarono per più di un secolo e mezzo, dalla metà del secolo VIII ai principi del VI.

Durante questo periodo sulla costa jonica fiorirono grandi metropoli, come Taranto, Sibari, Crotone, Locri e Reggio, e una miriade di piccole città e villaggi di cui si è perduta ogni traccia. Dovunque c'era un promontorio veniva eretto un tempio a qualche divinità che poi, come quello di Hera Lacinia a Crotone, faceva da faro e da punto di orientamento a coloro che arrivavano dalla Grecia. Le città joniche per commerciare con gli etruschi, i campani e le altre popolazioni italiche, preferirono le vie di terra al mare, che era una via lunga, infestata da pirati e soggetta agli umori dei calcidesi che controllavano lo stretto di Messina; aprirono così le vie istmi che, attraverso la Sila, su cui trasportavano la mercanzia con carovane di cavalcature. Sul Tirreno, perciò, dovettero fondare delle colonie che fungevano da empori commerciali e punti di incontro con i clienti iralici della loro mercanzia. Nacquero così le città di Posidonia, Laos, Scidros, Ipponio, Medma, Metauro e così via. La città della Magna Grecia più nota, chiacchierata e anche calunniata fu Sibari, da cui è derivato il termine "sibarita", sinonimo di "raffinato", "molle", "opulento".

Di Sibari ci parlano 80 autori antichi, ma fino a una trentina di anni fa la città fu come l'araba fenice: tutti sapevano che era esistita, ma nessuno riusciva a trovarla. Le ricerche iniziate nel 1879 dall'ingegner Saverio Cavallari vennero proseguite dal professor Viola e da Edoardo Galli. Ma fu il conte Umberto Zanotti-Bianco a scoprire il sito della città antica, nel 1932, scavando nella località Parco del Cavallo. Nel 1969, sotto la direzione del professor Giuseppe Foti e con la partecipazione dell'Università di Pennsylvania e della Fondazione Lerici, grazie all'impiego di imponenti attrezzature, alcune delle quali erano state costruite per i satelliti artificiali, si riuscì a individuare il perimetro della città, sotto la pianura del Crati, a un chilometro e mezzo dal mare. Gli scavi hanno portato alla luce mura di case e di templi, colonne rotte, vasi di Chiglia, anfore e monete. Ma chissà quali immensi tesori stanno ancora incastrati nel fango delle acque del Crati, il cui corso fu deviato dai crotoniati per sommergere la città rivale e cancellarla dalla faccia della Terra! Sibari fu fondata verso il 720 a.c. da coloni achei, provenienti da Alice, capitale religiosa dell'Acaia, e guidati da un ecista che si chiamava Is. Il nome lo ebbe da una fonte della madre patria.

Estendendo la sua cittadinanza a tutti quelli che la chiedevano, la città diventò una metropoli di 300 mila abitanti, la più grande del mondo antico. La sua egemonia si estendeva a 25 altre città e le sue mura, lunghe 9 chilometri, in lunghezza superavano di molto quelle di Atene al tempo di Pericle. Atene allora poteva mettere in campo poco più di mille cavalieri. Sibari ne metteva 50000, tutti vestiti di pittoresche tuniche color zafferano strette alla vita da cinture con fibbie d'oro. La città derivava la sua ricchezza dalla produzione di vino, olio, legname, grano, miele, pece, dalle miniere d'argento e dall'industria di sciroppi e paste di frutta. Ma la ricchezza maggiore le veniva dal commercio: da Mileto, da cui aveva un trattamento preferenziale nello scambio delle merci, e da altre città greche, riceveva vasi, stoffe preziose, profumi, tinte, ceramiche di pregio, che trasportava, via terra, nei suoi porti di Posidonia, Laos o Scidros; e qui li cambiava con gli etruschi o altri clienti italici, con rame, stagno, ferro dell'Elba che i milesi si riportavano indietro, come nolo di ritorno.

La "dolce vita"

La funzione di fiera o emporio commerciale rese i sibariti molto ricchi, senza che dovessero lavorare eccessivamente. E con la ricchezza ebbe inizio un lungo periodo di dolce vita che si chiuse con un immane e improvviso disastro. Come era, dunque, la "dolce vita" di Sibari? Sibari aveva il suo quartiere esclusivo per i ricchi che si chiamava Megara; e fuori 'città vi erano le grandi ville, ossia la Beverly Hills sibarira. Fu la prima città che emise una ordinanza che proibiva i tenere galli o botteghe di artigiani dentro le mura, perché non disturbassero con i loro canti o rumori il sonno dei cittadini. I sibariti indossavano vestiti a colori (e i tintori erano esentati dal pagamento delle tasse), portavano molti anelli alle dita, calzavano stivalerri importati dalla Persia e pettinavano i capelli dei loro bambini in treccine da femminuccia.

Le donne

La donna portava vesti con colori gai, e le più eleganti erano quelle con perline importate dalla Persia. Conosceva le scarpe con i tacchi alti, di sughero, e cambiava orecchini e braccialetti secondo le occasioni. Faceva anche largo uso di cosmetici, tinte per le sopracciglia, polveri per rendere i denti più bianchi, tutte cose che, ad esempio, a Siracusa, che era una città di origine spartana, una donna poteva fare solo se dichiarava di guadagnarsi la vita con la prostituzione. Sessualmente la donna sibarita era molto libera. Le più ricche si prendevano delle insegnanti per imparare l'arte di amare. E Ateneo, un garrulo autore che raccolse un'infinità di pettegolezzi su Sibari, dice che alle donne senza marito era lecito prendersi un uomo e che, nelle lezioni di amore, le ragazze imparavano, ad esempio, che il modo più sicuro di attirare l'uomo era di scoprirsi un po' le mammelle.

La sauna e i banchetti

I sibari ti avevano la mania del bagno e inventarono la sauna. Diodoro Siculo dice che l'altro grande piacere della loro vita era il mangiare: erano schiavi dello stomaco. Furono i primi a far partecipare ai banchetti le loro donne e questa fu una innovazione scioccante per gli altri greci che vietavano alle donne la partecipazione perché i banchetti finivano sempre in disordini, prodotti dalla ubriachezza; ma chi invitava una signora era tenuto a farlo con un anno di anticipo, per darle modo di prepararsi.
I cibi erano tenuti in tanto onore che, con voto pubblico, veniva assegnata una corona d'oro al cittadino che avesse irnbandito a sue spese il banchetto più fastoso e che avesse mostrato più immaginazione nella preparazione di un piatto.

Se poi il cuoco inventava un piatto suo, la città gli conferiva una specie di brevetto, ossia il diritto esclusivo di quel piatto per un anno. I cuochi sibariti erano specialisti nella preparazione delle anguille (e anche i pescatori di anguille erano esenti dalle tasse), e furono i primi a produrre un condimento con uova di sgombro, maturate in salamoia e poi diluite nel vino dolce e nell'olio. Non avevano piatti o forchette (mangiavano con le mani in piatti ricavati incavando il pane), ma in compenso inventarono l'orinale portatile che, appunto, si portavano dappresso e lo mettevano tra le gambe nel caso ne avessero bisogno durante la cena. Il divertimento, a banchetto finito, era fornito da buffoni, danzatori acrobatici, scimmie, nani. Anche i cavalli venivano addestrati a danzare al suono dei flauti, un addestramento che poi li porterà alla rovina. I banchetti iniziavano dopo il tramonto e finivano prima dell'alba: il prestigio di un uomo dipendeva dal numero di banchetti a cui aveva partecipato e dal numero di anni durante i quali non aveva visto il sorgere e il tramontare del sole.

Gli Onassis e i Getty sibariti In viaggio il sibarita non aveva mai fretta: faceva sempre in quattro giorni la strada che avrebbe potuto fare in due. E per difendersi dai raggi del sole non solo aveva piantato alberi lungo le vie, ma aveva anche allungato all'infuori i tetti delle case in modo che facessero ombra sulle strade cittadine. Il sibarita, come il texano di oggi, diventò un tipo intorno a cui fiorirono ogni sorta di aneddoti. Secondo Aristofane gli ateniesi non trovavano di meglio per ridere che raccontare un aneddoto con un sibarita come protagonista. Seneca riporterà quello del ricco ne che non era riuscito a dormire perché i suoi servi, nel mettergli le rose sul materasso, ne avevano lasciata una con un petalo raggrinzito che gli dava noia alle spalle; Timeo parla dell'altro sibarita che, andato a Sparta, dopo aver consumato una cena spartana disse: "Ora capisco perché voi spartani vi fate uccidere per la patria. Il più vile degli uomini preferirebbe la morte piuttosto che alimentarsi dei vostri brodetti''. La città ebbe i suoi Onassis, i suoi Getty e i suoi tipi corrispondenti al miliardario americano bizzarro e stravagante, ad esempio, Smindiride, per impressionare il tiranno Focione della cui figlia voleva chiedere la mano, si recò da lui (è Erodoto che lo racconta) con un accompagnamento di mille schiavi, e un piccolo esercito di cuochi, buffoni e ingrassatori di volatili.

Poi, con la sua cafoneria di nuovo arricchito esegui delle danze molto licenziose e il tiranno gli negò la mano della figlia. Un altro miliardario stravagante fu Alcistene il quale si fece fare una tunica così ricca di ori, ricami e disegni che Dionisio di Siracusa, essendosene impadronito due secoli dopo, la vendette ai cartaginesi per 120 talenti, pari ad alcuni miliardi di lire nostre ...Sibari è una città consumistica che con la ricchezza crede di potersi comperar tutto: perciò non ha pensatori, filosofi, generali, artisti o atleti. La ricchezza, inoltre, aveva reso i cittadini arroganti sia verso gli altri uomini che verso gli dei: e, secondo gli autori antichi, è l'arroganza che, nello scontro con Crotone, la porta alla sconfitta e al crollo come un castello di carte.


di Gino Gullace