L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

"Poco dopo quella nube calò sulla terra e ricoprì il mare ... Mi volto indietro: una fitta oscurità ci incombeva alle spalle e, riversandosi sulla terra, ci veniva dietro come un torrente ... Si fece notte, non però come quando c'è la luna e il cielo è ricoperto a nubi, ma come a luce spenta in ambienti chiusi. Avresti potuto sentire i cupi pianti disperati delle donne, le invocazioni dei bambini, le urla degli uomini ... taluni, per paura della morte, si auguravano la morte; molti innalzavano le mani agli dei, nella maggioranza però si formava la convinzione che ormai gli dei non esistessero più e che quella notte sarebbe stata eterna e l'ultima del mondo". Plinio il Giovane, Lettere, VI, 20
Nella tarda mattinata del 24 agosto del 79 d.C., inizia l'eruzione che in meno di due giorni seppellisce le città vesuviane. Pompei è la prima ad essere colpita dal cataclisma. Per diciannove ore, la città è flagellata da forti terremoti e da una continua pioggia di materiali vulcanici e cenere. La popolazione terrorizzata non sa cosa fare. Lasciare la casa, perdere tutto scappando o restare, nella speranza che la natura si plachi. Nel primo pomeriggio, molti di loro sono già fuggiti. Tentano di raggiungere il mare, che però non gli permette di prendere il largo. Altri si incamminano verso il territorio nocerino o, stanchi, si rifugiano negli edifici lungo la strada. Muoversi è per tutti quasi impossibile. Il sole è oscurato da una immensa nube eruttiva, piovono lapilli e la cenere nell'aria non fa respirare. Per quelli rimasti in città la situazione è drammatica. Molti, intrappolati nelle loro case, le porte e le finestre ostruite dai detriti, muoiono per asfissia. Altri sono sepolti dal crollo dei tetti appesantiti dai lapilli. Un' alba senza luce sorprende una Pompei irreale e tragica. I sopravvissuti tentano di fuggire. Nell'oscurità si aggirano da soli o in piccoli gruppi. Confusi, tentano di riconoscere quelle che una volta erano le strade e le case della loro città. Dalle 7.30 del mattino del 25 agosto, il vulcano scaglia contro Pompei tre "surge".
Le nubi di ceneri incandescenti, derivate dal collasso della colonna eruttiva, investono la città
ad una velocità di 100 chilometri orari ed a una temperatura di 400 gradi. Le prime due uccidono tutti coloro che ancora vagano per la strada. La terza, alle ore 8.00, fa crollare gli ultimi edifici e ricopre Pompei con tre metri di cenere. A Ercolano, invece, è tutto diverso. La città situata a circa 7 chilometri a ovest del Vesuvio, è investita solo in parte dalla prima fase dell’eruzione. Gli Ercolanesi si attardano in città. Nonostante le forti scosse di terremoto e l’enorme colonna di materiale piroclastico che si eleva dal vulcano fino a raggiungere i 30 chilometri d'altezza, la fuga inizia solo nel tardo pomeriggio. Quando il primo "surge" cade su Ercolano, la notte del 25 agosto, la maggior parte dei cinquemila abitanti ha già lasciato la città.
Quelli che non hanno potuto muoiono immediatamente. Stessa sorte tocca ai circa 300 abitanti che sono fuggiti verso l'antica marina. Intrappolati lungo la costa da un mare agitato, che non gli ha permesso di partire, muoiono per ebollizione e shock termico. AI primo surge, ne fanno seguito altri cinque di uguale intensità. All'alba, Ercolano non esiste più, ormai sepolta da 23 metri di materiale vulcanico. L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è la catastrofe naturale più importante che abbia colpito il mondo occidentale. Nel giro di un giorno spariscono intere città e cambia l'economia di una regione. La cenere, che si deposita sui campi, distrugge le coltivazioni, provoca carestie e la morte del bestiame. Il fiorente commercio del vino, così come quello del "garum", una salsa di pesce molto usata dai romani e prodotta in particolare nella zona di Pompei, scompare quasi completamente. La morte e la distruzione sono tali, che Roma deve inviare sui luoghi della tragedia due consoli. Hanno il mandato dell'imperatore e il difficile incarico di sovrintendere la ricostruzione.
di Alessandro di Legge
Nella tarda mattinata del 24 agosto del 79 d.C., inizia l'eruzione che in meno di due giorni seppellisce le città vesuviane. Pompei è la prima ad essere colpita dal cataclisma. Per diciannove ore, la città è flagellata da forti terremoti e da una continua pioggia di materiali vulcanici e cenere. La popolazione terrorizzata non sa cosa fare. Lasciare la casa, perdere tutto scappando o restare, nella speranza che la natura si plachi. Nel primo pomeriggio, molti di loro sono già fuggiti. Tentano di raggiungere il mare, che però non gli permette di prendere il largo. Altri si incamminano verso il territorio nocerino o, stanchi, si rifugiano negli edifici lungo la strada. Muoversi è per tutti quasi impossibile. Il sole è oscurato da una immensa nube eruttiva, piovono lapilli e la cenere nell'aria non fa respirare. Per quelli rimasti in città la situazione è drammatica. Molti, intrappolati nelle loro case, le porte e le finestre ostruite dai detriti, muoiono per asfissia. Altri sono sepolti dal crollo dei tetti appesantiti dai lapilli. Un' alba senza luce sorprende una Pompei irreale e tragica. I sopravvissuti tentano di fuggire. Nell'oscurità si aggirano da soli o in piccoli gruppi. Confusi, tentano di riconoscere quelle che una volta erano le strade e le case della loro città. Dalle 7.30 del mattino del 25 agosto, il vulcano scaglia contro Pompei tre "surge".
Le nubi di ceneri incandescenti, derivate dal collasso della colonna eruttiva, investono la città
ad una velocità di 100 chilometri orari ed a una temperatura di 400 gradi. Le prime due uccidono tutti coloro che ancora vagano per la strada. La terza, alle ore 8.00, fa crollare gli ultimi edifici e ricopre Pompei con tre metri di cenere. A Ercolano, invece, è tutto diverso. La città situata a circa 7 chilometri a ovest del Vesuvio, è investita solo in parte dalla prima fase dell’eruzione. Gli Ercolanesi si attardano in città. Nonostante le forti scosse di terremoto e l’enorme colonna di materiale piroclastico che si eleva dal vulcano fino a raggiungere i 30 chilometri d'altezza, la fuga inizia solo nel tardo pomeriggio. Quando il primo "surge" cade su Ercolano, la notte del 25 agosto, la maggior parte dei cinquemila abitanti ha già lasciato la città. Quelli che non hanno potuto muoiono immediatamente. Stessa sorte tocca ai circa 300 abitanti che sono fuggiti verso l'antica marina. Intrappolati lungo la costa da un mare agitato, che non gli ha permesso di partire, muoiono per ebollizione e shock termico. AI primo surge, ne fanno seguito altri cinque di uguale intensità. All'alba, Ercolano non esiste più, ormai sepolta da 23 metri di materiale vulcanico. L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è la catastrofe naturale più importante che abbia colpito il mondo occidentale. Nel giro di un giorno spariscono intere città e cambia l'economia di una regione. La cenere, che si deposita sui campi, distrugge le coltivazioni, provoca carestie e la morte del bestiame. Il fiorente commercio del vino, così come quello del "garum", una salsa di pesce molto usata dai romani e prodotta in particolare nella zona di Pompei, scompare quasi completamente. La morte e la distruzione sono tali, che Roma deve inviare sui luoghi della tragedia due consoli. Hanno il mandato dell'imperatore e il difficile incarico di sovrintendere la ricostruzione.
di Alessandro di Legge



