E’ in Magna Grecia che nasce la medicina: Alcmeone di crotone


La dialettica malattia/guarigione agli albori della civiltà occidentale

La Grecia di Omero.

Gli albori della nostra civiltà si possono descrivere attraverso i primi documenti della letteratura scritta pervenutaci: sono i due poemi omerici (Iliade ed Odissea) che quasi tutti abbiamo conosciuto e studiato a scuola. L'Iliade ci testimonia usi e costumi che vanno dal XII sec. a.c. (l'epoca in cui sostanzialmente sono avvenuti i fatti narrati) all'VIII sec. a.c. (il periodo in cui è stato messo assieme il testo omerico). Il contesto in cui si svolge l'I1iade e la sua forma letteraria, sono ben conosciuti: si tratta della rappresentazione, in forma epica, della guerra contro la potenza troiana che contrasta l'espansione greca verso le coste dell'Asia Minore. L'Iliade è il documento che ci fa conoscere il comportamento, la mentalità, le idee, le credenze degli uomini di allora; in una parola, la cultura che vigeva in quei secoli. E la visione della dialettica malattia/guarigione che l'Iliade ci tramanda, è strettamente legata al mito e alle divinità del tempo.

Sono gli dei che infliggono, come castigo, malattie mortali. E l'Iliade si apre, appunto, con la peste che imperversa nel campo degli Achei perché Agamennone aveva oltraggiato Crise, il sacerdote di Apollo, per cui il dio Apollo, adirato per quest'empia azione, semina la morte con la peste. Solo con i sacrifici offerti ad Apollo, il flagello della peste può essere, quindi, allontanato. Perché la guarigione, così come la malattia, sono opera degli dei. Nell'Iliade incontriamo due sacerdoti-medici: Podalirio e Macàone. Essi accompagnano la spedizione achea. Usano farmaci (in greco, phérmekei, cioè erbe salutari, per lenire il dolore delle ferite, per fermare la fuoruscita del sangue, farmaci che gli dei hanno insegnato loro ad utilizzare per- ché anche il potere di risanare può provenire soltanto dalle divinità. Nell'I1iade questa divinità è soprattutto Apollo. Usando la terminologia moderna, nell'Iliade siamo più nel campo della chirurgia che della medicina. Non vi sono cioè malattie da curare, ma ferite e lesioni piagate, provenienti da azioni belliche, da mitigare, da calmare, da lenire. Veniamo al secondo poema, l'Odissea. Rispecchia il periodo che va dalla caduta della civiltà micenea agli albori della grande civilizzazione greca, la quale inizia a svilupparsi nella Ionia e in Magna Grecia. Lo scenario è ben diverso da quello dell'Iliade.

Qui c'è già una prima diversificazione tra la vita in campagna e quella di un agglomerato; iniziano e si sviluppano i commerci; ai pastori e agli agricoltori si affiancano ora nuovi gruppi sociali: coloni, commercianti e primi legislatori; si affermano soprattutto gli artigiani: produttori caseari, carpentieri, accordatori di lira. Ma l'impalcatura del pensiero della dialettica malattia/guarigione continua ad essere fondamentalmente la stessa: sono gli dei che infliggono le malattie per castigo e solo il ricorso alle divinità può apportare il rimedio sperato. Tutto ciò che non è sotto il controllo diretto dell'uomo, continua ad essere rapportato, riferito, alle divinità. Tuttavia nell'Odissea, oltre alla morte per episodi violenti, si evidenziano, ora, le malattie, cioè i mali che portano la morte lentamente, attraverso un lungo processo.
E gli dei intervengono ora anche sulle condizioni patologiche degli uomini, sulle malattie a lungo decorso e non soltanto sulle ferite riportate in guerra. Compaiono persino le malattie che noi, oggi, chiamiamo psicosomatiche. E' così che muore Anticlea, la madre di Odisseo: struggimento interiore per il figlio. Dai due poemi omerici, pur riflettendo essi ambientazioni diverse, si deduce che l'unica soluzione alla problematica malattia/guarigione si ha attraverso il "numinoso".

Quando i fenomeni sfuggono al dominio dell'uomo, al controllo dell’uomo, la chiave per affrontare queste problematiche la si ha soltanto facendo appello alle forze che superano l'uomo, che si situano al di sopra del piano naturale. Sono, cioè, le divinità, le quali affondano le loro radici nel mito. Numen, forze numinose, divinità, tutto ciò che è al di sopra del piano naturale, umano: la soluzione, in definitiva, viene cercata fuori di sé. E' questa l'unica spiegazione, ritenuta allora plausibile, che si trova agli albori della civiltà occidentale, per dare una soluzione alla problematica malattia/guarigione. Nell'Odissea, tuttavia, pur essendo la spiegazione ancora legata alle divinità, alla religione, si comincia ad intravedere anche un qualche ricorso all'esperienza accumulata dagli uomini.

La Grecia dall'età arcaica al periodo classico.

Durante questo lungo lasso di tempo, la medicina in Grecia continua a fondarsi sulla religione, a fare ricorso a un dio che guarisce, che ridà la sanità. La medicina, cioè, continua a permanere nel mondo del "numinoso": è la medicina magica. Ad Apollo, divinità già incontrata nel periodo precedente, si affianca ora Asklepio, anche se, soprattutto in alcune zone, sembra prevalere quest'ultimo. Probabilmente perché la definitiva annoverazione di Asklepio fra le divinità, avviene attorno al VII-VI secolo a. C. I loro culti, tuttavia, coesistono. La letteratura in proposito è abbondante; i santuari loro dedicati sono numerosi e rimangono non poche vestigia, un po' ovunque, soprattutto dei templi dedicati ad Asklepio, a questo eroe divinizzato; da ricordare, in particolare, i cosiddetti Asklepieia, cioè i locali attigui al tempio in cui venivano trasportati ed adagiati i malati affinché Asklepio potesse intervenire (un qualcosa che assomiglia un po' ai nostri ospedali). Il tempio più importante di Asklepio era ad Epidauro, dove sarebbe nato il re tessa lo. Da qui, il culto di Asklepio passa ad Atene, dove si diffonde soprattutto in occasione della peste del 420 a.c., affiancando il culto di Apollo.

I templi dedicati alla divinità della medicina si trovano tutti presso una fonte sorgiva. Gli scavi archeologici ci dicono che spesso, accanto al tempio, si trovava un edificio dedicato a quelle che noi oggi chiameremmo cure mediche. E' proprio in questi edifici che nascerà quella medicina non più legata al "numinoso", ma che si fonderà sulle esperienze pragmatiche e sulla lenta acquisizione delle conoscenze man mano accumulate. Gli scavi archeologici hanno portato alla luce iscrizioni su colonne, situate all'ingresso del tempio, ove sono racconta- te le guarigioni operate dalla divinità; sono state trovate anche delle tavolette votive, in terracotta, ove sono descritte e raffigurate sia le malattie che il successivo intervento attribuito al dio. Sono storie spesso suggestive che esaltano l'efficacia terapeutica della divinità che ridà la salute. Queste iscrizioni e queste tavolette, allo stesso tempo, ci danno uno spaccato delle patologie più diffuse allora, almeno di quelle dei pazienti che erano andati al tempio per ottenere l'intervento della divinità.

L'antica Roma: arriva Esculapio.

All'inizio del III sec. a.c., il culto di Asklepio arriva a Roma. Tito Livio ed Ovidio ci riferiscono che, nel 293 a.c., in seguito ad una grave pestilenza che imperversava a Roma, si fa arrivare per nave, per stroncare la peste, così come era avvenuto ad Atene, il dio straniero Asklepio, la cui fama delle guarigioni operate era arrivata nell'Urbe, tramite i contatti con la Magna Grecia. Gli viene dedicato un tempio fuori la cinta delle mura, nell'isola Tiberina, perché proprio là, secondo la leggenda, si sarebbe rifugiato il serpente del dio, considerato sacro, che simboleggiava il ruolo terapeutico della divinità. Il nome Asklepio, difficile da pronunciare per i romani, fu latinizzato in Aesculapius, Esculapio. Dall'isola Tiberina, dove il tempio ebbe le stesse caratteristiche e la stessa strutturazione di quelli della Grecia, il culto si diffonde ed altri templi dedicati al dio della medicina sorgono in varie parti del Lazio. E' ancora il "numinoso" che informa tutta la dialettica malattia/guarigione.

Il superamento del “Numinoso”: i filosofi della natura

Accanto al filone del "numinoso", in cui il ruolo della divinità è prevalente, si sviluppa alla periferia del mondo greco, più precisamente da un lato in Ionia e, dall'altro, in Magna Grecia, un altro filone, quello cosiddetto dei filosofi della natura. La filosofia, infatti, come abbiamo appreso a scuola, nasce nelle colonie greche dell'Asia Minore, precisamente a Mileto, nella Ionia, tra la metà del sec. VII a.c. e l'inizio del VI, con Talete, Anassimandro e Anassimene. Essi ricercano il principio, la causa prima di tutte le cose. Vogliono dare una spiegazione sistematica al mondo che li circonda. Il loro interrogativo di fondo ruota attorno alla ricerca dell'arché, cioè all'elemento primordiale di cui il mondo sarebbe costituito. E' cambiato, anche se lentamente, l'atteggiamento verso il mondo e la natura. Non si parte più dalle divinità per spiegare il mondo, la malattia, la guarigione, ma dalla riflessione, dal ragionamento. I filosofi fanno affidamento alla razionalità e alla logica e non alle spiegazioni religiose, anche se le divinità incombono ancora su tutto ciò che non è controlla bile. Non è importante, per la storia della civiltà, la risposta che essi hanno dato alla loro problematica, sapere cioè quale sia stato il primo elemento costitutivo di ogni cosa (se l'acqua come per Talete, se l'aria come per Anassimene o l'àpeiron come per Anassimandro), bensì l'atteggiamento mentale da loro avuto di non voler seguire più la via del "numinoso" e di voler trovare altre soluzioni razionalmente plausibili, naturali (in opposizione, cioè, a "sopra la natura").

Dobbiamo vedere l'acqua, l'aria, l'àpeiron, della Scuola di Mileto, non come se fosse una visione scientificamente ingenua della natura, ma come uno sforzo per allontanarsi dalle spiegazioni precedentemente date, Imperneate sul "numinoso". E' l'abbandono cosciente delle spiegazioni d'ordine religioso; è il ricorso esplicito alla razionalità, alla logica. L'orizzonte della natura, il contenuto della parola "natura", è ancora omnicomprensivo. Ma è la prima tappa sulla via della comprensione razionale del mondo, è la prima ricerca di una spiegazione razionale dei fenomeni che ci circondano. Questo metodo d'indagine è utilizzato non solo per la natura inanimata, ma esteso anche ai viventi e alle malattie. Un ulteriore sviluppo di questo processo si ha con Eraclito di Efeso, altra città della costa ionica dell'Asia Minore. Per Eraclito non bisogna fermarsi a stabilire quale sia l'elemento primordiale da cui tutto deriva; egli insiste, invece, nel sottolineare il processo stesso con cui le cose "divengono".

Perché è la realtà del divenire che accomuna tutte le cose, realtà che viene simboleggiata con l'immagine del fuoco. Subito dopo Eraclito, la civiltà fa un grande passo importante verso la consapevolezza razionale. E' Parmenide di Elea, la città della Magna Grecia, che corrisponde all'attuale Velia-Scali, la stazione sulla linea Napoli-Reggio Calabria. Con Parmenide (530-444 a.C, ), infatti, irrompe una significativa novità: è la riflessione, il ragionamento, che ha la supremazia su tutto, per cui viene affermato l'essere delle cose, in opposizione al loro apparire. E' una critica radicale alle conoscenze tradizionali, al sapere istituzionalizzato, al mondo sapienziale-poetico che si rifà al "numinoso". Anzi il sapere filosofico viene contrapposto al sapere comune, considerato superficiale, banale, cioè un non sapere. Questo ingente contributo dato da Parmenide alla civiltà occidentale non è un fatto isolato, ma la riflessione viene continuata dai suoi discepoli e successori, fra cui ricordiamo Zenone. La Scuola Eleatica assurge a grande importanza e ad essa risalgono alcune delle antinomie della filosofia moderna. Il ruolo di Elea, cioè della Magna Grecia, nello sviluppo del pensiero occidentale, si afferma così come determinante. Tutto quello, però, che oggi noi chiamiamo "scienza", allora trovava spazio solo all'interno della riflessione filosofica.

La conferma di ciò proviene dal linguaggio allora usato. Chi si occupava di quelle discipline, che oggi noi chiamiamo scientifiche, allora era detto indifferentemente filosofo o sofista o fisico (cioè studioso della physis, la natura). La "pratica" della medicina, invece, continua ad essere svolta dai sacerdoti dedicati al culto di Apollo e, specialmente, a quello di Asklepio. Essi utilizzano rimedi naturali, ma soprattutto procedimenti rituali, i cui presunti effetti terapeutici provengono in modo particolare dalla forza di suggestione: nel popolo la religione magica aveva il sopravvento su ogni riflessione razionale. Si era già pronti ad ultimare il processo, a compiere cioè il passo decisivo per poter affrontare la dialettica malattia/guarigione e così fondare razionalmente la medicina. Non è sufficiente, infatti, essersi separati dal mondo del "numinoso", ma ora occorrerà staccarsi anche dal sapere teorico della filosofia (l'omnicomprensiva natura), per accedere al sapere pratico, basato sul metodo dell'osservazione (la téchne, cioè arte). Anche questo passaggio avviene in Magna Grecia.

L’osservazione dei fatti: Alcmeone di Crotone

In conseguenza della pressione persiana sull'oriente, nella Ionia, è in occidente, in Magna Grecia, che si sviluppa sia la metodologia basata sull'esperienza che la sua applicazione alla medicina. Il primo maestro che la storia ci ha tramandato è Alcmeone di Crotone. Alcmeone è un discepolo di Pitagora, così come, in quel periodo, quasi tutti gli intellettuali della Magna Grecia sono sotto l'influsso pitagorico. Pitagora è già avanti negli anni quando Alcmeone, ancora giovane, inizia a svolgere la sua attività a Crotone, la quale si protrae dal 510 al 480 a.c.; secondo la tradizione è lui che scrisse la prima opera di medicina (secondo alcuni studiosi, però, sarebbe frutto di tutta la sua scuola); in tutti i casi è la prima di cui si ha memoria - il suo titolo è "Attorno alla natura" - e di cui ci sono pervenuti solo pochi frammenti. Alcmeone afferma la preminenza dell'osservazione e propugna la relatività del sapere scientifico, in quanto ogni conoscenza può essere inverata o superata da ulteriori osservazioni cliniche. La medicina, quindi, viene così fondata sull'osservazione e deve continuare a svilupparsi su conoscenze relative e non assolute. E' questo un presupposto oggi ritenuto fondamentale nella ricerca scientifica: ciò che si osserva ed è oggetto d'indagine non conduce a certezze assolute, ma può produrre solo congetture, ipotesi di spiegazione.

E' affermato così da Alcmeone, in maniera categorica, un presupposto fondante della civiltà occidentale, cioè la relatività della conoscenza proveniente dall'osservazione scientifica. La capacità di procedere ad osservazioni porta a nuove conoscenze e, a loro volta, successive osservazioni condurranno ad ulteriori conoscenze, a maggiori approfondimenti. E' un iter lungo, che non avrà sosta e che non arriverà mai a certezze o a verità assolute. La medicina, dunque, si fonda sull'osservazione che conduce a congetture, a conoscenze relative, per poi procedere con ulteriori osservazioni, ad altre e più approfondite conoscenze. E così, definitivamente. Alcmeone opera un'analisi comparativa dei viventi, cioè tra gli animali e l'uomo. Partendo dalla dissezione anatomica di animali, specie delle capre, egli afferma che si sente perché l'aria riecheggia nelle orecchie vuote, si odora perché con il naso si inspira l'aria verso il cervello, si distinguono gli umori sapidi con la lingua perché essa li scioglie con il calore, si vede con gli occhi perché c'è l'umor acqueo che li circonda. Procedendo con la dissezione degli animali, Alcmeone identifica dei nervi ed osserva che essi sono connessi con il cervello; applicando l'analisi comparativa dei viventi, ne deduce che tutte le sensazioni hanno una qualche connessione con il cervello. Egli, quindi, osserva la natura e ne deduce conoscenze di anatomia e ipotesi di fisiologia. A queste spiegazioni di funzionamento, però, dà solo un valore relativo, in attesa di nuove e più approfondite osservazioni. Combinando elementi della dottrina pitagorica e dati provenienti dall'esperienza, Alcmeone parla dello stato di buona salute come equilibrio tra gli opposti principi postulati da Pitagora (per es. caldo/freddo ... ), mentre la malattia sarebbe il prevalere disordinato di un elemento sugli altri.

Alcmeone non costituisce un'eccezione nel vuoto generale. E' il primo, in Magna Grecia, di un ambiente molto vivace. Non si può non ricordare, infatti, Empedocle di Agrigento (495-435 a.C.') che, secondo quanto ci riporta Plinio, è l'iniziatore di un'altra scuola medica, "chiamata empirica" per- ché fonda le sue affermazioni su gli esperimenti eseguiti con il metodo dell'osservazione sistematica (ed è proprio per questo motivo che Empedocle è citato in modo esplicito nelle opere ippocratiche). Né si può dimenticare Filistione di Locri, attivo a Siracusa nel IV sec. a.c. e di cui ci parla Platone nel Fedro, o Ippone, il grande divulgatore della medicina italica. E' attraverso di loro che si arriverà ad Ippocrate, che aveva studiato sotto la guida di un altro personaggio della Magna Grecia, Erodico da Lentini. Ippocrate si dedicherà, nella sua isola natia di Coo, tra il V e il IV sec. a.c., alla professione e all'insegnamento della medicina, di una medicina razionale, fondata sull'osservazione clinica.

Egli non solo continuerà a rifiutare la medicina magica dei templi e dai sacerdoti delle divinità, ma riprendendo il metodo dei filosofi naturalisti lo applicherà alla medicina, distaccandola definitivamente dalla filosofia e sostenendo che l'arte medica deve basarsi solo sull'osservazione del malato. Ippocrate, fin dall'antichità, è considerato la massima espressione del mondo medico; è lui a introdurre il primo codice deontologico e si deve a lui il famoso giuramento. La sua scuola e la sua opera furono veramente sconvolgenti per quei tempi e rappresentano ancor oggi il simbolo della massima evoluzione raggiunta dalla medicina nel mondo antico.

di Nicola Imbeni