La Musica in Magna Grecia


La maggior parte della produzione "culturale" sia dell'antica civiltà greca che della Magna Grecia, è andata perduta. Gli esperti calcolano che i testi "letterari" che ci sono pervenuti costituiscono una percentuale che si pone attorno al 5 % dei testi che si trovavano nella biblioteca di Alessandria, la più grande dell'antichità.

Per le arti ''figurative'' il vuoto è ancora maggiore: la pittura è interamente perduta; delle sculture in bronzo, considerate allora le più pregiate, rimangono meno di un centinaio di esemplari (sappiamo che soltanto in Olimpia ve ne erano svariate migliaia); delle sculture in marmo abbiamo solo una minima parte e l'architettura ci è presente con pochi resti, ruderi e frammenti (ricordiamo i templi di Paestum, Agrigento, Selinunte, Segesta ... ). Dell'intero patrimonio "figurativo", gli esperti calcolano che noi abbiamo oggi solo 1'1-2 per cento. E quanto abbiamo, ci è arrivato "sfigurato". Sono, cioè, immagini monocrome, mentre sappiamo con certezza che l'architettura e la scultura di allora erano coloratissime, di una policromia vivace e multiforme. Ignoriamo talmente quelle realtà policrome di allora, da identificare, sbagliando, il "bianco" di quelle sculture marmoree pervenuteci, come se questo bianco fosse il colore tipico della statuaria classica.

Lo stesso vale per i bronzi: erano allora lucidi e di un colore quasi dorato; i personaggi sorridevano da labbra di rame rossastro, mostrando denti d'argento ed occhi costituiti da pietre e vetri colorati. Noi, invece, siamo stati talmente abituati a vedere quei bronzi antichi con la patina verdastra, creatasi da secoli di abbandono, da aver adottato quel "verde" come se fosse il colore del bronzo. Con la musica le cose stanno peggio. I resti pervenutici sono molto meno dell'1 per mille. Pur conoscendo bene, d'altronde, che la musica aveva, allora, un grande ruolo, maggiore di quello che essa ha oggi, da noi, in Occidente.

Si aveva allora un concetto di musica più ampio del nostro: il termine mousiké significa infatti "arte delle Muse" e indicava l'espressione poetica nel suo complesso; l'insieme, quindi, di poesia cantata e di accompagnamento musicale. Secondo il mito, gli inventori degli strumenti musicali furono gli dèi: Mercurio avrebbe creato la lira; Apollo la cetra; Atena il flauto. Diverse fonti attestano che i fedeli di Dioniso sembravano entrare in contatto con la divinità, che penetrava nelle loro anime, abbandonandosi al suono di flauti e tamburelli. L'idea che attraverso il canto e la danza si potessero abbattere i confini tra mondo umano e divino, derivava da una concezione, comune anche ad altre culture antiche o primitive, secondo cui il suono costituiva l'espressione degli esseri soprannaturali. Pertanto la musica, divenendo mezzo privilegiato di comunicazione con spiriti e dei, acquistava poteri magici. La perdita della documentazione sulla musica è stata così radicale da far persino pensare che essa allora quasi non esistesse.

Eppure le melodie musicali permeavano profondamente ogni aspetto della vita pubblica e privata di quei secoli. Non dimentichiamo che la musica era parte integrante delle rappresentazioni teatrali, che le tragedie erano drammi in musica: per poca familiarità che se ne possa avere, nessuno può ignorare, ad esempio, la funzione del "coro" nel teatro di allora. Ricordiamo che un genere musicale tipico della tradizione europea, l'opera, nacque proprio come un tentativo di "ricreare" le antiche tragedie, cioè l'intima commistione di parola e musica. Questo esempio ci evidenzia l'importanza che aveva, allora, la musica. La lirica, poi, non era "accompagnata" dalla musica, ma era pensata con la musica e per la musica. Come la scultura era policroma, così la poesia era intimamente musicale. La musica rivestiva una funzione importante nell'educazione sia dei giovani sia delle fanciulle. In ambito femminile, soprattutto fra le giovani di famiglia aristocratica, venivano celebrate feste musicali, venivano insegnate la musica e la danza. I banchetti, poi, erano molto spesso allietati dal canto e dalla musica di suonatrici di flauto. AI canto corale veniva attribuita una funzione paideutica anche per gli adulti, poiché si riteneva che contribuisse a mantenere vivi i valori essenziali della morale pubblica, l'amor di patria e il rispetto della legge. Ed è basandosi sull'effetto prodotto sull'animo umano dalle varie melodie che venne elaborata la concezione dell'ethos.

Non si tratta solo del valore educativo della musica, allora molto importante; perfino la musicoterapia cominciava già ad essere considerata come una scienza. Si usava la musica per curare mali fisici e morali, e talvolta anche per calmare leggeri attacchi di follia. Il tema dell'influsso esercitato dalla musica sul carattere e sull'azione di ogni singolo uomo, era molto dibattuto: alcuni ne affermavano l'efficacia totale; altri, invece, solo parziale. Nella vita sociale la musica era sempre presente e ne segnava i momenti significativi: feste pubbliche e private, simposi, agoni, culti, vittorie militari. Non era possibile concepire questi avvenimenti, che costituivano gli elementi salienti della comunicazione di allora, senza la musica.
Il ruolo della musica sull'intera comunità era esplicitamente asserito e studiato. Il peso della musica era ritenuto così grande da spingere a codificare i diversi generi musicali ed associarli ai valori civici, ai valori ritenuti costitutivi della natura stessa del cittadino, della vita associata nella polis, del rapporto tra le varie generazioni all'interno della società. Questo ci spiega perché la musica, oltre ad essere praticata, sia a livello dilettantistico che professionale, divenne materia di cui ci si interessò anche in ambito politico e filosofico. Pitagora (560-470 a.C.) dopo aver lasciato la sua patria Samo e aver viaggiato a lungo in Oriente, arriva a Crotone, in Magna Grecia. Qui istituisce una scuola, obbligando i suoi discepoli all'osservanza di severe norme di vita. Egli e i suoi seguaci dedicano molta attenzione ai fenomeni acustici e musicali. La definizione dei rapporti numerici, che sono alla base degli accordi musicali, è per i Pitagorici il punto di partenza per scoprire le leggi che governavano sia i sentimenti dell'animo sia i movimenti dell'intero universo.

Il metodo, l'impostazione e gli scopi della ricerca acustica dei Pitagorici hanno avuto un'influenza determinante sugli indirizzi di tutta l'attività speculativa in campo musicale nei periodi successivi.
Platone (nella Repubblica 111, 397c; X, 595a), ispirandosi al principio fondamentale della psicologia di Pitagora, che cioè vi sia una sostanziale identità tra le leggi che regolano i rapporti tra i suoni e quelle che regolano il comportamento dell'animo umano, svilupperà l'aspetto più caratteristico del suo pensiero musicale osservando l'effetto prodotto sull'animo umano dalle varie melodie. Mentre Aristotele, ponendo a fondamento della sua ricerca i principi matematici della dottrina pitagorica, approfondirà l'indagine sul benefico effetto di liberazione catartica, prodotto dalla musica. La musica, in quei tempi, non era intesa come qualcosa di aggiuntivo, da sovrapporre a ciascuna "arte", ma era il linguaggio musicale ciò che, dal di dentro, doveva far comprendere la specificità di ogni singola "arte". La musica, allora, come la nostra oggi, era costituita da una sequenza di note separate da intervalli (di tono, semitono e frazioni di semitono). Ogni composizione aveva una sua scala, chiamata armonia, e doveva essere accompagnata solo dallo strumento che dava quella determinata scala. S'ignorava, invece, l'armonia, nell'accezione moderna del termine, e la polifonia.

La loro musica si espresse esclusivamente attraverso la pura melodia. Era una musica semplice e lineare. Gli strumenti usati erano a corda o a fiato; più raramente a percussione. Quelli più adoperati furono la lira, la cetra ed il flauto. Quest'ultimo era utilizzato sia in ambito militare che durante i funerali: si riteneva, infatti, che questo strumento avesse la capacità di coinvolgere profondamente gli ascoltatori, portandoli quasi a uno stato di estasi. Gli strumenti a percussione, come i tamburi o i erotali, erano invece legati prevalentemente a danze e rituali particolari, come le feste dionisiache. Vi furono delle dispute sull'importanza degli strumenti musicali: il prestigio di quelli a corda rimase sempre indiscusso, mentre al flauto toccarono sorti alterne. Possiamo porci una domanda. La musica di allora era più simile alla "nostra" o ad "altre" che noi conosciamo (ad esempio, quella orientale)? Come si possono interpretare, in senso musicale, le pochissime tracce di "partiture" pervenuteci? I problemi interpretativi sono numerosi e di difficile soluzione. L’esiguità e la frammentarietà dei documenti musicali pervenutici, hanno contribuito a radicare l'opinione che fosse inutile il tentativo di ricostruire le modalità di esecuzione sonora della poesia antica, limitando il campo d'indagine scientifica alle strutture metrico-ritmiche delle liriche e dei drammi e, in taluni casi, alla trattatistica teorica. Gli ultimi anni, però, hanno visto un incremento degli studi sulle modalità di esecuzione della musica.

Per contribuire a dare una risposta relativa a queste tematiche, nel febbraio del 2002, si è svolto all'Università di Salerno, nell'ambito delle attività del Dottorato di ricerca in Scienze dell'Antichità, un ciclo di seminari, condotto dal professor Andrew D. Barker, dell'Università di Birmingham, massima autorità internazionale su questo argomento, conosciuto per le sue pubblicazioni sulla materia; in particolare ha pubblicato due splendidi volumi che raccolgono in traduzione inglese il panorama pressoché completo delle testimonianze e dei trattati teorico-musicali in lingua greca. Durante i seminari sono stati eseguiti anche brani di musica di quel tempo. Dato che non si ha nessuna certezza sul tipo di modalità musicale allora vigente, queste brevi e rare esecuzioni sono state interpretate sia rendendole più simili alla musica a noi familiare, che puntando sulla sua presunta diversità.
Della presenza pervasiva della musica in tutta la vita di allora, purtroppo, non ci rimangono che frammenti che ci costringono a fare solo ipotesi sul modo di "ascoltare la musica antica con l'orecchio degli antichi". Queste ipotesi, tuttavia, sono suffragate sia da testimonianze e riflessioni coevi che da odierne ricostruzioni delle condizioni storico-sociali di allora .

Di Nazzareno Incisa