Il gelese archestrato


L’epigono della più antica arte culinaria dell’Occidente

Il più famoso cultore dell'arte culinaria, nell'antichità, fu Archestrato di Gela (in Sicilia). che visse nel IV secolo a.C. Sappiamo che, attorno al 330 a.C., scrisse un poema in versi esametri, sulle ricette di cucina più raffinate dell'area mediterranea. Questa data la si desume da una affermazione di Aristotele che ci è pervenuta e che risale al 335 a.C. Il poema di Archestrato, però, non ci è pervenuto. Ci rimangono, tuttavia, molti frammenti, desunti dalle citazioni riportate, nei secoli successivi, da scrittori greci e latini. Il numero elevato delle citazioni ci indica che Archestrato era molto conosciuto ed apprezzato. Fra gli autori che riportano brani del suo poema, alcuni lo intitolano "Gastronomia", altri "L'arte della dolce vita" oppure "L'arte del mangiare"; altri ancora "Piacevolezze" oppure "L'arte della prelibata cucina" oppure "Sul dolce gusto". Conosciamo pure che oltre questo poema, compose altre due opere, ambedue in prosa: una chiamata "Consigli" perché indirizzata ad alcuni suoi amici, e l'altra Gran Vita", anch'essa un rinomato scritto di arte culinaria. I frammenti di Archestrato pervenutici sono 62 e ci sono arrivati tutti tramite l'opera di Ateneo "I sapienti a banchetto".
Nato in Egitto, Ateneo visse tra il Il e 111 secolo dopo Cristo; scrisse in greco (come molti allora facevano) e ambientò il suo lavoro a Roma in una fornitissima biblioteca di un ricco romano, presso cui prestava servizio come bibliotecario, L'importanza di Ateneo sta nel fatto che egli attinse direttamente dagli scritti degli autori da lui citati e riproduce fedelmente i passaggi di questi autori con i relativi testi di Archestrato da loro riportati. Tutti i frammenti di Archestrato sono stati riuniti con un titolo unico "Frammenti della Gastronomia" e tradotti dal professore universitario palermitano Domenico Scinà (1765-1837), Sono stati pubblicati più volte, Una volta dall'Accademia Italiana della Cucina, con una dotta ed ampia prefazione del famoso greci sta Enzo Degani. Un'altra volta con il titolo "Archestrato, il cuoco degli dei", a cura di Carlo d'Altilia e Letizia Lanza, libro illustrato da Mihu Vulcanescu e pubblicato da Piovan Editore, Abano Terme 1988. Recentemente i frammenti di Archestrato sono stati studiati, tradotti e commentati da Douglas Olson e Alexander Sens, "Archestratos of Gela: greek culture and cuisine in the fourth century BCE", Oxford University Press, Oxford 2000, pp,LXXIII-261, Archestrato, di ogni finezza gastronomica ci indica il luogo di provenienza, il periodo migliore per mangiarla, le peculiarità più tipiche, la ricetta più gustosa. Indugia su una grande quantità di specie di pesci, forse perché ne era particolarmente ghiotto.
In Archestrato c'è la ricerca del buon gusto dei piatti più raffinati, ma anche la consapevolezza che una buona cottura e la freschezza del cibo, sono garanzia di igiene e, in conseguenza, di salute. Archestrato, ad esempio, scrive: "Mangia una fetta di tonno siciliano, al tempo del taglio per essere salato, prima di metterlo nelle giare" e consiglia di non "eccedere nel condimento perché disponi di polpa già gustosa".

Ed inoltre: "Nello stretto di Scilla si cela lo splendido latos: cibo meraviglioso. Prova, amico mio, a pescarlo nello stretto" E continua: "Se tu insisti nel voler essere istruito sul modo migliore di condire quel pesce, avvolgilo in foglie di fico con pochissima maggiorana. Niente formaggi, non facciamo assurdità! Semplicemente, mettilo in foglie di fico, con dolcezza, e legalo in punta con un laccio; quindi immergilo in cenere calda e concentrati sul tempo coscienziosamente, finché sia cotto ma non bruciato". Archestrato viaggiò molto, in tutta l'area mediterranea, proprio allo scopo di conoscere quante più "piacevolezze" del palato era possibile, e così elencarle tutte e descriverle minuziosamente.

Parla anche del "modo sfizioso di apparecchiare la tavola", alla quale, per altro, secondo Archestrato, dovrebbero "sedersi in tre o in quattro, o, al limite, non più di cinque", se si vuole essere intenti a gustare i cibi ben preparati. Elenca anche delle norme di etichetta da rispettare. Egli, infatti, ha la coscienza di vivere in una civiltà evoluta, per cui lo stare a tavola deve seguire dei modelli di eleganza. I quali, per altro, non sono intesi come dei capricci di uomini di corte, bensì come usanze diffuse fra il ceto benestante.
Scrive il professor Burton della Harvad University, che "specialmente in Sicilia, l'arte culinaria si era elevata quasi a dignità di scienza, verso il V secolo a.C.". E che, sotto l'influsso dell'arte culinaria siciliana, "persino gli Ateniesi, conosciuti per i loro più semplici costumi di vita, adottarono una cucina più raffinata". Fra gli antichi greci, infatti, come ci riferisce il poeta Efippo, di alcune vivande, si diceva esplicitamente di "infornarle alla siciliana".
Ateneo, inoltre, riporta anche i nomi di diversi famosi cuochi di Siracusa e di Gela. Sappiamo così che nell'antichità furono rinomati, in particolare, Trimalcione di Siracusa che fu richiesto e conteso in tutto il mondo greco; Miteco che scrisse un trattato intitolato "Il cuoco siciliano" e di cui Platone parla nel Gorgia; Laoduco che aprì una scuola di cucina a pagamento; e Acrone di Agrigento famoso perché per primo indicò le diete da seguire. Il citato studioso americano paragona la diffusione dei manuali siciliani di cucina nel mondo greco, di cui quello di Archestrato rappresenta l'epigono, alla esportazione dell'arte culinaria negli Stati Uniti, nei primi del 1900, a beneficio dei semplici "NewYorkers", cui venne insegnato cosa e come mangiare .

Di Ernesto Terenzi