Storia della comunitą italiana

L'autrice insegna all'Università "La Sapienza" di Roma. Fra i suoi scritti ricordiamo L'emigrazione italiana in Cile, in Il contributo italiano allo sviluppo del Cile", Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1993, pp.XIV-473
L'emigrazione italiana in Cile non fu una emigrazione di massa come nel caso dell'Argentina, del Brasile e di altri paesi dell'America Latina: dalle poche migliaia di italiani arrivati in Cile alla fine dell'Ottocento si arriverà al numero di 13 mila italiani nel 1907 (terza comunità straniera per importanza numerica ed economica), poi di 14 mila italiani nel 1949 (111% degli stranieri residenti in Cile), per attestarsi negli anni Ottanta a circa 5.700 unità.
L'emigrazione italiana in Cile iniziò negli ultimi decenni dell'Ottocento, in forma spontanea o su richiamo di parenti e amici, generalmente compaesani, riuscendo quasi sempre già nella prima generazione a integrarsi nel tessuto economico, sociale e culturale del paese, realizzando così in gran parte gli obiettivi che si erano prefissi alla partenza.
Gli italiani si distribuirono su tutto il territorio nazionale, anche se i nuclei più consistenti si radicarono nei più importanti centri urbani e portuali, soprattutto a Santiago e Valparaiso. Le regioni di provenienza furono prevalentemente la Liguria, il Piemonte e la Lombardia fino alla seconda guerra mondiale; nel secondo dopoguerra prevalsero invece il Trentino, la Basilicata e l'Abruzzo.
Per quanto riguarda le attività lavorative, gli italiani in Cile si caratterizzarono principalmente come lavoratori indipendenti: artigiani e commercianti, specialmente nel ramo alimentare e in "generi vari". A partire dagli inizi del Novecento aumentarono i piccoli e medi imprenditori industriali, che si affermeranno nel secondo dopoguerra soprattutto nei settori dell'industria meccanica, alimentare e dell'abbigliamento. Nacque subito una ricca rete di associazioni italiane di vario tipo, di beneficenza, di mutuo soccorso, ricreative e culturali: risale al 1856 la fondazione a Valparaiso della prima società italiana, la Società Italiana di Beneficenza e della Compagnia dei Pompieri, ad opera di una ancora sparuta minoranza italiana. li numero delle associazioni aumenterà negli anni fino a raggiungere la settantina durante gli anni '20 del Novecento.
A distanza di pochi decenni nacquero due giornali in lingua italiana, il quotidiano "L'Italia" di Valparaiso, all'epoca capitale commerciale del Cile, e il bisettimanale "L'Eco d'Italia" a Santiago, capitale politica della nazione. Questi periodici, insieme ad altri fogli minori che si pubblicheranno nel corso dei decenni successivi, aiuteranno a mantenere, o a ritardare la scomparsa di un'identità nazionale minacciata dai prevalenti matrimoni tra uomini italiani e donne cilene, dall'automatica acquisizione della cittadinanza cilena per i figli di italiani nati in Cile, dallo scarso uso della lingua italiana. Grande importanza venne data al mantenimento della lingua e della cultura italiana, principalmente attraverso la fondazione di un Istituto italiano di istruzione a Santiago, sovvenzionato dalle associazioni italiane e dal governo italiano. La lingua italiana veniva inoltre insegnata nelle scuole e nei conventi tenuti dai Salesiani.
Quello della 'cilenizzazione" della comunità italiana, e quindi del complesso rapporto tra comunità e madrepatria, fu uno dei problemi più presenti nella comunità stessa e fra il personale diplomatico e consolare italiano. L'ambivalenza di tale rapporto con la madrepatria si manifestò nella comunità italiana in Cile da un lato con un accanimento, almeno verbale se non di comportamento, nell'attaccamento verso l'amata madrepatria; dall'altro con un marcato risentimento per essere, o sentirsi, da essa trascurata, se non ignorata, nonostante gli sforzi per manifestare questo attaccamento, come nel frequente caso di sottoscrizioni per eventi drammatici avvenuti in Italia, quali le calamità naturali o altro.
di Patrizia Salvetti
L'emigrazione italiana in Cile non fu una emigrazione di massa come nel caso dell'Argentina, del Brasile e di altri paesi dell'America Latina: dalle poche migliaia di italiani arrivati in Cile alla fine dell'Ottocento si arriverà al numero di 13 mila italiani nel 1907 (terza comunità straniera per importanza numerica ed economica), poi di 14 mila italiani nel 1949 (111% degli stranieri residenti in Cile), per attestarsi negli anni Ottanta a circa 5.700 unità.
L'emigrazione italiana in Cile iniziò negli ultimi decenni dell'Ottocento, in forma spontanea o su richiamo di parenti e amici, generalmente compaesani, riuscendo quasi sempre già nella prima generazione a integrarsi nel tessuto economico, sociale e culturale del paese, realizzando così in gran parte gli obiettivi che si erano prefissi alla partenza.
Gli italiani si distribuirono su tutto il territorio nazionale, anche se i nuclei più consistenti si radicarono nei più importanti centri urbani e portuali, soprattutto a Santiago e Valparaiso. Le regioni di provenienza furono prevalentemente la Liguria, il Piemonte e la Lombardia fino alla seconda guerra mondiale; nel secondo dopoguerra prevalsero invece il Trentino, la Basilicata e l'Abruzzo.
Per quanto riguarda le attività lavorative, gli italiani in Cile si caratterizzarono principalmente come lavoratori indipendenti: artigiani e commercianti, specialmente nel ramo alimentare e in "generi vari". A partire dagli inizi del Novecento aumentarono i piccoli e medi imprenditori industriali, che si affermeranno nel secondo dopoguerra soprattutto nei settori dell'industria meccanica, alimentare e dell'abbigliamento. Nacque subito una ricca rete di associazioni italiane di vario tipo, di beneficenza, di mutuo soccorso, ricreative e culturali: risale al 1856 la fondazione a Valparaiso della prima società italiana, la Società Italiana di Beneficenza e della Compagnia dei Pompieri, ad opera di una ancora sparuta minoranza italiana. li numero delle associazioni aumenterà negli anni fino a raggiungere la settantina durante gli anni '20 del Novecento.
A distanza di pochi decenni nacquero due giornali in lingua italiana, il quotidiano "L'Italia" di Valparaiso, all'epoca capitale commerciale del Cile, e il bisettimanale "L'Eco d'Italia" a Santiago, capitale politica della nazione. Questi periodici, insieme ad altri fogli minori che si pubblicheranno nel corso dei decenni successivi, aiuteranno a mantenere, o a ritardare la scomparsa di un'identità nazionale minacciata dai prevalenti matrimoni tra uomini italiani e donne cilene, dall'automatica acquisizione della cittadinanza cilena per i figli di italiani nati in Cile, dallo scarso uso della lingua italiana. Grande importanza venne data al mantenimento della lingua e della cultura italiana, principalmente attraverso la fondazione di un Istituto italiano di istruzione a Santiago, sovvenzionato dalle associazioni italiane e dal governo italiano. La lingua italiana veniva inoltre insegnata nelle scuole e nei conventi tenuti dai Salesiani.Quello della 'cilenizzazione" della comunità italiana, e quindi del complesso rapporto tra comunità e madrepatria, fu uno dei problemi più presenti nella comunità stessa e fra il personale diplomatico e consolare italiano. L'ambivalenza di tale rapporto con la madrepatria si manifestò nella comunità italiana in Cile da un lato con un accanimento, almeno verbale se non di comportamento, nell'attaccamento verso l'amata madrepatria; dall'altro con un marcato risentimento per essere, o sentirsi, da essa trascurata, se non ignorata, nonostante gli sforzi per manifestare questo attaccamento, come nel frequente caso di sottoscrizioni per eventi drammatici avvenuti in Italia, quali le calamità naturali o altro.
di Patrizia Salvetti



