Italiani in Argentina


Matteo Sanfilippo, ricercatore confermato presso l'Università di Viterbo, insegna Storia della cultura del Nord America. E' autore di svariate pubblicazioni sul tema dell'emigrazione. Ricordiamo: Europa e America: la colonizzazione anglo-francese, pubblicato nel 1990; Rassegna storiografica sui fenomeni migratoria lungo raggio in Italia, dal Basso Medioevo al secondo dopoguerra, nel 1990; Inventario delle fonti vaticane per la storia dell'emigrazione e dei gruppi etnici nel Nord America, nel 1994; National Identities, Ideologies and Frontiers, nel 1995; Fonti romane per lo studio dell'emigrazione italiana, nel 1996

Nel fondamentale studio Gli italiani al Nuovo Mondo (Mondadori 1995) Emilio Franzina sottolinea come il primo censimento di Buenos Aires (1744) registri appena 124 stra¬nieri su 10.223 abitanti. Di quegli stranieri ben 105 lo erano per modo di dire: si trattava infatti di spagnoli non na-uralizzati. Sui restanti 19, 10 erano italiani e il censimento ricorda anche le loro occupazioni: uno era agricoltore, due bottegai, quattro proprietari e tre disoccupati, cioè privi di mestiere specifico.
Nei decenni successivi la presenza italiana crebbe con regolarità. Nel catasto bonaerense del 1768 i proprietari italiani sono ormai 6 e 10 anni più tardi gli italiani censiti raggiungono il centinaio. La vera immigrazione iniziò tuttavia nel XIX secolo, in particolare dopo l'annessione sabauda di Genova nel 1815. Allora infatti marinai e commercianti liguri decisero di cercare fortuna lontano dalla patria caduta in servitù.

Verso il 1830 i liguri non erano soli a Buenos Aires o a Montevideo, troviamo attestati anche piemontesi, toscani e napoletani. Tuttavia i liguri predominavano nel commercio marittimo, soprattutto transatlantico, e inoltre possedevano o gestivano magazzini e osterie, spacci alimentari e di merci, caffè e alberghi. Nacque allora l'insediamento della Boca con il suo spiccato carattere genovese. Era una Piccola Liguria che alla metà del secolo contava 2000 abitanti. La sua presenza facilitò l'inserimento degli immigrati, ma al contempo ne limitò la mobilità e forse impedì una loro più rapida argentinizzazione.
Come altre comunità italiane (quelle di Montevideo, del Brasile e di New York, per esempio) anche gli immigrati a Buenos Aires parteciparono, con offerte e pubblicazioni, ai moti risorgimentali, inoltre ospitarono in più occasioni gli esuli in fuga. Tuttavia erano più propensi a risparmiare e investire in patria che a sostenere movimenti politici: così già alla metà del secolo le rimesse verso la Liguria erano di tutto rispetto.

Nell'Italia settentrionale si diffuse allora la notizia che oltre l'oceano ci si poteva arricchire facilmente e rapidamente. L'arca del Rio della Plata divenne così  un vero magnete migratorio: si calcola che negli anni 1850-1870 vi arrivarono più di 8.000 emigrati ogni anno. Non tutti restarono, anzi il movimento migratorio verso l'Argentina registrò sempre un alto tasso di rientri e di flussi temporanei, se non addirittura stagionali. Comunque i pubblicisti italiani parlavano nel 1865 di oltre 100.000 italiani fissatisi in Argentina.
Inizialmente anche questi nuovi arrivati cercarono lavoro nei porti e nel commercio, ma presto trovarono occasioni diverse. In particolare l'Argentina cercò di sfruttare il proprio enorme entroterra e chiese agli italiani un contributo, soprattutto nella provincia di Santa Fé. Si formarono allora colonie agricole, i cui nomi mostrano come si fosse allargata l'area di partenza degli emigranti: Emilia (1868), Cavour (1869), Nuova Italia (1872), Vercelli (1873), Torino (1876).

Verso il 1890, gli italiani costituivano la grandissima maggioranza degli 80.000 abitanti delle colonie agricole nella provincia santafesina. Inoltre contadini lombardi e piemontesi si erano sparsi per tutto il paese e cercavano di arricchirsi coltivando il grano. Non tutti fecero fortuna e molti dei più fortunati lo furono, perché avevano qualcosa da investire già al momento della partenza. Tra i più poveri accadde addirittura che chi era arrivato sognando di possedere un appezzamento, si trovasse poi a lavorare come mezzadro o come salariato, cioè in condizioni non dissimili da quelle che aveva abbandonato migrando. A questo punto molti italiani furono coinvolti nelle agitazioni delle campagne argentine, oppure ripartirono verso le città, in particolare verso Buenos Aires.

Già nel 1869 la capitale argentina ospitava il 60% degli immigrati italiani. Questi speravano di fare e spesso facevano fortuna grazie a un'incredibile volontà di lavorare, anche a paghe molto basse. Provocarono così la reazione locale, con tutto quello che ne conseguì a proposito degli italiani venuti a rubare il lavoro ai locali. L'esasperata xenofobia anzi italiana e la volontà di riuscita degli immigrati impedì, però, le divisioni esasperate tra emigrati d'origine settentrionale e meridionale, comuni ad altri paesi americani. Nel frattempo era infatti mutata la composizione regione dei flussi dall'Italia e anche in Argentina divenne considerevole l'immigrazione dall'Italia meridionale: in particolare dopo il 1880 i calabresi divennero più numerosi dei liguri e furono ben presto imitati dai campani.

Alla fine del secolo gli italiani che avevano appena varcato l'oceano o che erano già passati per le campagne argentine popolarono Buenos Aires, trovando impiego soprattutto nei servizi e nei commerci, ma non disprezzando l'industria, che allora si sviluppava attorno alla capitale. L'incremento della presenza italiana continuò sino alla grande guerra e pas¬sò dai 44.000 del 1869 ai 312.000 circa del 1914 (mentre la città aumentò da 187.000 abitanti circa a 1.578.000). Nel frattempo gli immigrati fuoriuscirono dalla Boca, che manteneva ancora i suoi caratteri genovesi, ma andava anche progressivamente impoverendosi, e si dispersero per tutta la città, italianizzandola nonostante la dura opposizione delle ,lite argentine. Nella lotta contro queste ultime gli immigrati non seppero trasformare in strumento di lobby politica le proprie associazioni, numerose e potenti soprattutto nel settore mutualistico. Inoltre le personalità italiane più in vista nell'Argentina a cavallo dei due secoli svolsero soprattutto un ruolo di raccordo tra la madrepatria e i nuovi potentati argentini, abbandonando la comunità immigrata alla sua sorte. Attecchì.

Dopo il conflitto del 1914-1918 le partenze dai porti italiani ripresero, ma il flusso fu bloccato dalla crisi del 1929 e nel 1931 i rientri, anche di antichi immigrati ormai con la cittadinanza argentina, superarono gli arrivi. Una lieve ripresa nella seconda metà degli anni 30 fu annullata durante la guerra. Complessivamente nel periodo tra le due guerre le presenze italiane in Argentina calarono: a Buenos Aires per esempio si registrarono nel 1936 appena 299.000 italiani su 2.414.000 abitanti. In compenso la struttura associazionista, spesso di lontane origini risorgimentali e anticlericali, rimase forte e impedì la penetrazione del movimento fascista, al contrario di quanto invece avvenne nel Nord America. La presenza fascista si limitò allora soprattutto ad alcuni settori della lite italo-argentina, talvolta di arrivo recente e, se fu fastidiosa, come attestano le carte del nostro Ministero degli Esteri negli anni 1945-1947, non attecchì comunque in profondità. a fine della seconda guerra mondiale le partenze italiane per l'Argentina ripresero e molti cittadini argentini, rientrati in Italia negli anni 30, chiesero ora il rimpatrio nel Nuovo Mondo. Contemporaneamente i governi argentini chiamarono numerosi tecnici e lavoratori specializzati, spesso accordandosi con ditte e associazioni della Penisola. Così l'Argentina fu il paese che ospitò più italiani all'estero tra gli anni 40 e gli anni 50, mentre le partenze annuali toccarono picchi di quasi 100.000 persone (98.000 nel 1948).

Verso il 1960 il flusso migratorio si prosciugò definitivamente. L'emigrazione italiana era ormai un fenomeno intranazionale, per cercare lavoro ci si spostava ormai dal Meridione al Settentrione dello Stivale, mentre l'Argentina chiedeva soprattutto capitali e know how. Questi giunsero anche in misura notevole, ma il loro movimento rallentò alla fine degli anni 70, data la critica situazione politico-economica dell'Argentina. Alla fine degli anni 80 la stampa italiana ha scoperto, o quantomeno ha sottolineato ripetutamente, il fenomeno dell'emigrazione di ritorno. Numerosi italiani d'Argentina, anche di seconda generazione, hanno infatti mostrato una sempre più accentuata tendenza a cercare occasioni di lavoro nell'antica madrepatria. Una simile situazione rispecchia una fase difficile della società argentina, spezzata economicamente dalla tragica esperienza della dittatura militare (1976-1983).

I più recenti sviluppi e soprattutto la radicale deindustrializzazione dell'Argentina non lasciano troppe speranze alla comunità italiana e non è quindi escluso che il flusso di ritorno aumenti. In ogni caso la presenza italiana in Argentina è ancora assolutamente maggiore di quella riscontrabile in qualsiasi altro paese. Se alla fine degli anni 70 si poteva calcolare che un argentino su due avesse ascendenze italiane, oggi la proporzione non è molto cambiata.

di Matteo Sanfilippo