L’immagine di Eschilo nell’antichità

Nonostante Eschilo abbia goduto in vita di riconoscimenti o gloria legati alla sua attività di tragediografo, l'immagine che il mondo antico ha tramandato di lui non è al pari nota e ampiamente diffusa come le sue opere. Infatti la sua iconografia, rispetto a quella di Sofocle e di Euripide, è la meno documentata e anche controversa per quanto riguarda l'individuazione dell'archetipo.
Soltanto in pochi casi c'è un riferimento all'immagine del poeta nelle fonti antiche: Pausania afferma che egli era raffigurato come guerriero in un quadro di Panainos posto nella Stoà Poikile (portico colonnato) di Atene; Diogene Laerzio tramanda che il tragediografo era stato onorato dagli Ateniesi con una statua nel teatro di Dioniso dopo che tale onore era stato concesso a Astidamante (un tragediografo della prima metà del IV sec. a.C. e di ben più mediocre qualità) ed ancora Pausania e Plutarco ricordano che Licurgo nel 340 a.C. fece erigere nel teatro dì Dioniso un gruppo statuario dedicato ad Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Da un aneddoto legato alla sua morte, avvenuta a Gela nel 456¬455, si ricava un tratto fisionomico del poeta: infatti narra la tradizione che egli morì a causa di una tartaruga cadutagli sulla sua testa calva, poiché un'aquila non era riuscita a trattenerla tra i suoi artigli. Anche se questa tradizione viene riprodotta su una gemma (nella collezione Zammit ad Homos ormai perduta) ed in una pasta vitrea moderna, ma copia di un'antica (a Berlino) in cui Eschilo è ritratto è ritratto calvo e con la tartaruga, oggi l'immagine più documentata è riconosciuta in un tipo non completamente calvo, ornato di tenia, con folta barba fluente e con un'espressione di austera pensosità, quasi a voler rimarcare quel principio universale di moderatezza e saggezza (sophrosyne) di cui è pervasa la sua opera di poeta. Probabilmente risponde a quei dettami del naturalismo accademico del IV sec. a.C. che propongono sempre tipi ideali, tratti però con maggiore naturalezza.
Le opere che riproducono Eschilo mancano di iscrizioni, che invece ne attribuirebbero la paternità certa, ma il ritrovamento di alcune di esse associate a quelle firmate di altri poeti rende molto attendibile l'identificazione con il nostro tragediografo. Ad oggi la sua immagine è affidata adotto copie di età romana di hermai e busti, tutti in marmo ad eccezione di un busto bronzeo rinvenuto nel mare di Livorno, conservati in collezioni private (Roma, Oslo, Fianello-Sabino) o in diversi musei (museo Capitolino, Musei Vaticani, Ravenna).
Tra gli studiosi non c'è accordo sulla individuazione dell'originale. Secondo alcuni l'archetipo, dal quale diverrebbe Fberma conservata nel museo Capitolino, sarebbe il ritratto eseguito più di un secolo dopo della morte, quando Licurgo fece la dedica nel teatro di Dioniso ai tre maggiori tragici, i cui ritratti probabilmente furono realizzati da uno stesso artista. Secondo altri, invece, la copia capitolina deriverebbe da un prototipo di età classica eseguito da un artista contemporaneo al Maestro di Olimpia (460-450 a. C.). le altre copie, invece, deriverebbero da un rifacimento del ritratto commissionato da Licurgo e realizzato in occasione della risistemazione della città di Atene sotto l'imperatore Adriano (11 sec. d.C.).
di Stefano Mancuso
Soltanto in pochi casi c'è un riferimento all'immagine del poeta nelle fonti antiche: Pausania afferma che egli era raffigurato come guerriero in un quadro di Panainos posto nella Stoà Poikile (portico colonnato) di Atene; Diogene Laerzio tramanda che il tragediografo era stato onorato dagli Ateniesi con una statua nel teatro di Dioniso dopo che tale onore era stato concesso a Astidamante (un tragediografo della prima metà del IV sec. a.C. e di ben più mediocre qualità) ed ancora Pausania e Plutarco ricordano che Licurgo nel 340 a.C. fece erigere nel teatro dì Dioniso un gruppo statuario dedicato ad Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Da un aneddoto legato alla sua morte, avvenuta a Gela nel 456¬455, si ricava un tratto fisionomico del poeta: infatti narra la tradizione che egli morì a causa di una tartaruga cadutagli sulla sua testa calva, poiché un'aquila non era riuscita a trattenerla tra i suoi artigli. Anche se questa tradizione viene riprodotta su una gemma (nella collezione Zammit ad Homos ormai perduta) ed in una pasta vitrea moderna, ma copia di un'antica (a Berlino) in cui Eschilo è ritratto è ritratto calvo e con la tartaruga, oggi l'immagine più documentata è riconosciuta in un tipo non completamente calvo, ornato di tenia, con folta barba fluente e con un'espressione di austera pensosità, quasi a voler rimarcare quel principio universale di moderatezza e saggezza (sophrosyne) di cui è pervasa la sua opera di poeta. Probabilmente risponde a quei dettami del naturalismo accademico del IV sec. a.C. che propongono sempre tipi ideali, tratti però con maggiore naturalezza.
Le opere che riproducono Eschilo mancano di iscrizioni, che invece ne attribuirebbero la paternità certa, ma il ritrovamento di alcune di esse associate a quelle firmate di altri poeti rende molto attendibile l'identificazione con il nostro tragediografo. Ad oggi la sua immagine è affidata adotto copie di età romana di hermai e busti, tutti in marmo ad eccezione di un busto bronzeo rinvenuto nel mare di Livorno, conservati in collezioni private (Roma, Oslo, Fianello-Sabino) o in diversi musei (museo Capitolino, Musei Vaticani, Ravenna).
Tra gli studiosi non c'è accordo sulla individuazione dell'originale. Secondo alcuni l'archetipo, dal quale diverrebbe Fberma conservata nel museo Capitolino, sarebbe il ritratto eseguito più di un secolo dopo della morte, quando Licurgo fece la dedica nel teatro di Dioniso ai tre maggiori tragici, i cui ritratti probabilmente furono realizzati da uno stesso artista. Secondo altri, invece, la copia capitolina deriverebbe da un prototipo di età classica eseguito da un artista contemporaneo al Maestro di Olimpia (460-450 a. C.). le altre copie, invece, deriverebbero da un rifacimento del ritratto commissionato da Licurgo e realizzato in occasione della risistemazione della città di Atene sotto l'imperatore Adriano (11 sec. d.C.).
di Stefano Mancuso



