Piccole imprese e artigianato fattore di sviluppo, occupazione e coesione sociale

Colloquio con il Presidente della Confartigianato Ivano Spallanzani
Un responsabile di una grande categoria produttiva analizza la realtà del proprio settore illustrandone le dimensioni e le prospettive di ulteriore sviluppo.
Il presidente della Confartigianato Ivano Spalanzani fa parte della Commissione per l’assegnazione del Premio Internazionale Magna Grecia che, da quest'anno, oltre ai due premi (l'uno per una personalità italiana e l'altro per una personalità di origine italiana), ne ha attribuito anche uno di categoria per gli operatori del mondo dell'agricoltura, del commercio e dell'artigianato, di origine italiana e residenti all'estero: lo scopo è quello di intensificare i legami fra l'Italia e le comunità italiane taliane sparse nel mondo, anche ai fini di una maggiore e più incisiva cooperazione economica.
Perché l'artigianato e la piccola impresa italiana sono unanimemente considerati la spina dorsale dell'economica italiana?
Negli ultimi 50 anni, l'artigianato ha bruciato le tappe di un'evoluzione che, oggi, lo vede soggetto economico e sociale consapevole del contributo offerto al progresso del Paese.
Gli imprenditori artigiani, che nel dopoguerra hanno collaborato intensamente alla ricostruzione del tessuto sociale e produttivo, durante gli anni seguenti hanno continuato a svolgere un ruolo fondamentale per la crescita dell'occupazione, per il consolidamento dell'economia dell'Italia. Nei momenti di crisi, così come nelle fasi di espansione, le piccole imprese sono state un valido ammortizzatore, un fattore di stabilità per il Paese.
Creatività e flessibilità, intesa come pronto adattamento ai mutamenti quantitativi e qualitativi della domanda; creazione di nuova imprenditorialità e consolidamento di quella esistente; capacità di trasmettere valori sociali e culturali, tendenza costante all'ammodernamento tecnologico: sono questi gli elementi qualificanti del 'codice genetico artigiano' che, oggi, gli imprenditori conservano immutati e che sono unanimemente apprezzati a livello internazionale.
Le condizioni esterne hanno spesso ostacolato il riconoscimento della specificità socio-culturale dell'impresa artigiana, tentando di assimilarla ad altri modelli produttivi, di 'intrappolarlai nel processo di industrializzazione 'a tutti i costi', di coinvolgerla nello scontro sociale fra capitale e lavoro e tra ceto industriale ed operaio.
Ma, dopo tante battaglie, l'imprenditorialità diffusa costituisce la componente che oggi tutti concordano nel ritenere serbatoio di occupazione, `materia prima' per costruire nuovo sviluppo. Propensione imprenditoriale, tradizione, creatività, innovazione rappresentano le risorse principali del Paese, che hanno reso il “made in Italy” famoso e competitivo.
Da un Paese povero di materie prime, ricco solo di creatività, risparmio, bellezze naturali e voglia di fare, è venuto un esempio di crescita che ha del miracoloso.
Dai mestieri all'impresa, certamente un salto di qualità. Quali, dunque, i “numeri" dell'artigianato italiano?
Tra gli anni '60 e gli anni '90 gli artigiani sono triplicati. Oggi le aziende artigiane sono quasi 1.400.000, danno lavoro a 1.800.000 titolari, soci e collaboratori familiari ed a 1.600.00 dipendenti, 250.000 dei quali giovani apprendisti. L’ artigianato partecipa con il 12% alla formazione del prodotto lordo nazionale, con il 20% all'occupazione, con oltre il 18% all'export. L’ artigianato opera in tutti i settori dell'economia ; dal manifatturiero (abbigliamento, pellicceria, meccanica, mobili e legno, elettrica, ecc.) all'artistico (restauro, oro, vetro, ceramica, ecc.) dal trasporto di merci e persone ai servizi alle cose e alle persone, dalla trasformazione alimentare all'edilizia ed impiantistica.
Gli artigiani praticano 300 mestieri, da quelli più fedelmente collegati al passato com'è il caso del restauro (occorre considerare che l'Italia possiede oltre la metà del patrimonio artistico mondiale) a quelli che si sono sviluppati più di recente con Internet e la multimedialità. L’ artigianato, nel settore della manifattura e dei servizi, rappresenta la grandissima parte delle imprese; in Italia, le imprese fino a 20 dipendenti (di norma artigiane) sono il 97% del totale, quelle fino a 10 dipendenti (dette anche micro imprese) il 93% e quelle fino a 50 dipendenti (piccole imprese secondo la definizione europea) sono oltre il 99% sul totale.
Ma creatività, laboriosità, leggi a favore non bastano a spiegare il successo dell'artigianato. Occorre dire che, una parte di questo merito, va alla formula dei distretti produttivi.
Le imprese, a partire dagli anni '60, si sono sviluppate privilegiando l'insediamento in determinate zone secondo distinte specializzazioni. Sono nati, in questo modo, i distretti dell'oro a Vicenza, Valenza Po ed Arezzo, del tessile a Prato, Carpi e Biella, della ceramica a Vicenza, Perugia e Caltagirone, della piastrella a Sassuolo, del mobile a Pesaro, Cantù, Pordenone, Firenze, della meccanica in numerose provincie italiane, dei prodotti dell'acciaio a Lumezzane vicino a Brescia, del vetro a Venezia, dell'auto a Torino, dell'alimentare a Latina, Caserta, Bari, in Sicilia e Calabria, dalla calzatura nella Riviera del Brenta, a Varese ed a Napoli e potrei continuare così per molto, descrivendo oltre 100 zone tipiche di produzione.
In questi territori è avvenuto un fatto importante. Le imprese si sono scambiate informazioni, collaborazione tecnica e lavoro. In ogni distretto si sono moltiplicate le specializzazioni fra di loro complementari, quasi come si fosse in una grande fabbrica (il distretto) con i tradizionali reparti sostituiti dalle imprese che interagiscono tra di loro, moltiplicando produttività, flessibilità, creatività, innovazione tecnologica e commerciale. Questo è il post-fordismo; tante grandi fabbriche, i distretti, a cielo aperto; non c'è la gerarchia rappresentata dal capo fabbrica ma una nuova gerarchia, più importante e moderna, rappresentata dal mercato, dall'incontro fra domanda e offerta. In questo modo le piccole imprese hanno fatto cooperazione, hanno formato milioni di lavoratori, hanno risolto molti problemi produttivi brevettando continue invenzioni (il 50% dei brevetti italiani nascono nella piccola impresa).
I modelli produttivi esprimono anche il tipo di evoluzione sociale e culturale di un Paese. Qual è, a questo proposito, il ruolo dell'artigianato?
La piccola impresa ha svolto la funzione di collante sociale assicurando quella che viene chiamata la coesione sociale; in questo ambito di relazioni produttive e di relazioni sociali fortemente responsabili, l'artigianato e la piccola impresa hanno tenuto unite le persone, la gente con la gente, la gente con le istituzioni pubbliche, i datori con i propri dipendenti.
E questo è merito anche del fatto che la piccola impresa italiana, praticamente tutta l'impresa artigiana, è basata sull'impresa familiare; il padre con i propri figli, nipoti, la moglie, i parenti più stretti. Uistituto della famiglia è stato utile all’'impresa così come l'impresa familiare ha saputo tenere attiva la famiglia.
Ecco, quindi, che la lista delle parole-simbolo del successo italiano è completa: laboriosità, propensione al rischio, creatività, voglia di realizzarsi, responsabilità individuale, responsabilità sociale che vuol dire coesione sociale, l'impresa familiare, il distretto produttivo, le infrastrutture necessarie per la produzione e la circolazione delle merci, l'associazionismo
In che misura il lavoro artigiano ha contribuito all'affermazione delle comunità italiane all'estero?
Gli italiani sono stati portatori di un’ abitudine di lavoro e di vita con caratteristiche particolari; dal nostro Paese hanno portato con sé una ricchezza straordinaria: i mestieri, la tradizione del lavoro artigiano come un patrimonio che si tramanda di padre in figlio. Hanno contribuito a diffondere un umanesimo silenzioso, esercitato con grande modestia, con estrema duttilità e con una generosità senza pari, ricchezza e cultura, valori di responsabilità ed autorealizzazione.
Viviamo nell'era della globalizzazione dell'economia. Quali le potenzialità e le prospettive delle piccole imprese per quanto riguarda l'internazionalizzazione e la cooperazione? L'artigianato e la piccola dimensione imprenditoriale grazie alla loro flessibilità, alla capacità di innovazione e alla propensione all'internazionalizzazione, possono rappresentare il modello produttivo ideale per creare nuova imprenditorialità e per esperienze di cooperazione nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che si avviano all'economia di mercato, ma anche con gli altri Continenti.
In particolare, il Mezzogiorno può rappresentare un "laboratorio" per sperimentare uno sviluppo equilibrato nelle relazioni tra i Paesi occidentali e quelli in via di sviluppo. Le regioni meridionali sono una porta aperta sul Medio Oriente, sull'Africa, sull'area balcanica ma devono essere valorizzate per quello che producono e che sanno fare davvero, con l'attenzione rivolta alle uniche novità di impresa e di occupazione, cioè 1.300.000 imprese tra artigianato, piccola impresa, agricoltura e turismo.
In particolare, il bacino dell'Adriatico rappresenta il luogo del prossimo impegno internazionale dei piccoli imprenditori e delle imprese artigiane, e, più in generale, il nuovo epicentro di sviluppo per tutta l'industria italiana ed europea.
L'attenzione del mondo imprenditoriale a iniziative di collaborazione economica supera le dimensioni e le tipologie d'impresa e va adeguatamente sostenuta con un utilizzo ottimale degli strumenti bilaterali e multilaterali.
Per rendere meno approssimativa e rischiosa la presenza delle imprese italiane sui mercati esteri e per evitare la dispersione di risorse e di interventi, è necessario superare gli approcci burocratici e centralisti, realizzando coordinamento e convergenze di interventi del sistema-Paese.
Leggi e strumenti finanziari di sostegno, garanzia e promozione devono essere costruiti "a misura" del settore privato, del mondo delle imprese, delle iniziative promosse da Confederazioni ed organismi di categoria. Vanno anche raccordati gli strumenti regionali e locali finanziari e di promozione con il ventaglio delle azioni previste, soprattutto per quanto riguarda il sostegno agli Investimenti diretti internazionali, vanno creati schemi di garanzia dal rischio politico e commerciale adeguati alle diverse realtà della regione in cui si opera e programmi specifici e territoriali, che possono riguardare la promozione di aree industriali ed artigianali, ristrutturazioni di distretti produttivi, risparmio energetico, manutenzione e ristrutturazione urbana e tutela dell'ambiente. Il futuro del nostro 'stare in Europa' e dei rapporti con i nuovi mercati dipende anche da quanto e come la strategia nazionale nella cooperazione sarà a fianco dei piccoli imprenditori e della 'propensione a fare impresa'.
Quali sono le caratteristiche ed il ruolo delle piccole imprese nel Mezzogiorno?
Come dimostrano i più recenti dati di Unioncamere sulla nati-mortalità del sistema delle imprese, è in atto un processo di destrutturazione e ristrutturazione produttiva, testimoniato dalla tendenza alla crescita imprenditoriale e all'autoimpiego. Un fenomeno senza dubbio positivo, che però rischia di cogliere impreparato il sistema giuridico, dei regolatori sociali, delle infrastrutture, degli incentivi, delle regole commerciali. L'aumento del numero di imprese non basta a garantire lo sviluppo, se le aziende, soprattutto quelle di minore dimensione, non troveranno nel "Paese legale" gli strumenti per affrontare la competizione interna e quella internazionale. Del resto, il contemporaneo forte aumento della mortalità imprenditoriale dimostra che l'attività d'impresa è spesso "bloccata" da condizioni che ostacolano la libertà d'iniziativa economica.
Il costante aumento di imprese nel Sud è il positivo segnale che gli operatori considerano più conveniente l'emersione nel mercato legale. Ma esistono ancora ampi spazi per l'imprenditoria regolare, considerate le cifre sul sommerso e sul lavoro nero. Tuttavia, nel Mezzogiorno, come nel resto d'Italia, soprattutto le piccole imprese dovranno specializzarsi e raggiungere la dimensione ottimale per rispondere alla domanda del settore di appartenenza.
Esistono, nel nostro Paese, accanto ad aree ad alta concentrazione di piccole imprese economicamente integrate ed a vocazione europea (i cosiddetti distretti industriali), vaste zone, e non solo nel Mezzogiorno, che hanno ampie capacità di crescita e di sviluppo artigiano.
Ulteriore segnale di evoluzione del settore artigiano è la sua struttura settoriale, che sta mutando e si sta specializzando per rispondere alle nuove esigenze dei mercati, sia interno che estero. Accanto a nuove imprese nel manifatturiero, assistiamo ad una crescita di iniziative nei servizi non solo alle persone ma anche e soprattutto alle imprese. Un terziario avanzato dalle caratteristiche artigiane che non si limita all'erogazione di servizi elementari, ma si traduce in un'offerta altamente qualificata e modellata sulle specifiche esigenze della domanda.
Artigianato e piccole imprese rappresentano, dunque, la risorsa fondamentale per creare vera occupazione e reale sviluppo nelle regioni del Sud, per aiutare il Mezzogiorno a liberarsi dai luoghi comuni che molto spesso tradiscono la realtà e impediscono la 'visibilità' del suo volto positivo. Ma, per poter svolgere questo ruolo, le piccole imprese devono essere considerate protagoniste, al pari delle altre componenti dell'economia e della società, di politiche attive di rilancio delle regioni meridionali.
Soprattutto, deve essere abbassata l'acqua di quel "mare" di leggi che ostacolano l'occupazione, "impauriscono" gli imprenditori e contribuiscono a mantenere sommerso e precario il lavoro.
Più concretamente cosa bisogna fare?
Si tratta di eliminare gli ostacoli che oggi costringono le imprese a "viaggiare con il freno a mano tirato", impedendo loro di assumere, e che scoraggiano le nuove iniziative imprenditoriali: i costi e le rigidità nel mercato del lavoro, la pressione normativa, burocratica e fiscale, l'assenza, soprat-tutto nel Mezzogiorno, di infrastrutture e spazi per insediamenti produttivi. Gli "incubatoci" ideali per far nascere nuova imprenditorialità e consolidare quella esistente nel Mezzogiorno devono contenere spazi per insediamenti produttivi, ma anche interventi per la formazione professionale e il raccordo scuola-impresa, servizi nel credito, nell'innovazione, nell'export.
Per stimolare nuova occupazione, è necessario modificare le strutture di governo del mercato del lavoro, incoraggiare gli investimenti produttivi con incentivi creditizi, con interventi regionali a favore dell'associazionismo nel credito, con opportune misure di graduale defiscalizzazione, con la riqualificazione del sistema dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Soprattutto, occorre rafforzare le esperienze di promozione di imprenditorialità e avviare nuove iniziative a sostegno di chi vuole "mettersi in proprio", (il Servizio FareImpresa di Confartigianato ne è un esempio) favorendo anche nuove forme di assunzione, nell'ambito della piccola impresa.
Nelle regioni meridionali, le piccole imprese dovrebbero essere aiutate a nascere, a svilupparsi e a interagire secondo il modello dei distretti industriali, favorendo cioè gli ambienti adatti alla fertilità e alla continuità imprenditoriale. Non ha senso creare nuove imprese senza capacità di collegamento tra di loro, singoli e isolati punti in un contesto difficile. A queste condizioni, la piccola impresa può contribuire a ridurre il dualismo Nord-Sud, ad accorciare le distanze tra le imprese che operano all'interno dei distretti industriali e quelle collocate all'esterno. La piccola impresa, attraverso le reti, ad esempio Internet, può superare le barriere di relazione e trasporto che fin qui l'hanno condannata alla dimensione commerciale locale. Così come le stesse reti e la tecnologia diffusa, accessibili con costi relativamente bassi, possono far recuperare protagonismo alle imprese artigiane nei contesti locali e favorire processi di emersione.
Un responsabile di una grande categoria produttiva analizza la realtà del proprio settore illustrandone le dimensioni e le prospettive di ulteriore sviluppo.
Il presidente della Confartigianato Ivano Spalanzani fa parte della Commissione per l’assegnazione del Premio Internazionale Magna Grecia che, da quest'anno, oltre ai due premi (l'uno per una personalità italiana e l'altro per una personalità di origine italiana), ne ha attribuito anche uno di categoria per gli operatori del mondo dell'agricoltura, del commercio e dell'artigianato, di origine italiana e residenti all'estero: lo scopo è quello di intensificare i legami fra l'Italia e le comunità italiane taliane sparse nel mondo, anche ai fini di una maggiore e più incisiva cooperazione economica.
Perché l'artigianato e la piccola impresa italiana sono unanimemente considerati la spina dorsale dell'economica italiana?
Negli ultimi 50 anni, l'artigianato ha bruciato le tappe di un'evoluzione che, oggi, lo vede soggetto economico e sociale consapevole del contributo offerto al progresso del Paese.
Gli imprenditori artigiani, che nel dopoguerra hanno collaborato intensamente alla ricostruzione del tessuto sociale e produttivo, durante gli anni seguenti hanno continuato a svolgere un ruolo fondamentale per la crescita dell'occupazione, per il consolidamento dell'economia dell'Italia. Nei momenti di crisi, così come nelle fasi di espansione, le piccole imprese sono state un valido ammortizzatore, un fattore di stabilità per il Paese.
Creatività e flessibilità, intesa come pronto adattamento ai mutamenti quantitativi e qualitativi della domanda; creazione di nuova imprenditorialità e consolidamento di quella esistente; capacità di trasmettere valori sociali e culturali, tendenza costante all'ammodernamento tecnologico: sono questi gli elementi qualificanti del 'codice genetico artigiano' che, oggi, gli imprenditori conservano immutati e che sono unanimemente apprezzati a livello internazionale.
Le condizioni esterne hanno spesso ostacolato il riconoscimento della specificità socio-culturale dell'impresa artigiana, tentando di assimilarla ad altri modelli produttivi, di 'intrappolarlai nel processo di industrializzazione 'a tutti i costi', di coinvolgerla nello scontro sociale fra capitale e lavoro e tra ceto industriale ed operaio.
Ma, dopo tante battaglie, l'imprenditorialità diffusa costituisce la componente che oggi tutti concordano nel ritenere serbatoio di occupazione, `materia prima' per costruire nuovo sviluppo. Propensione imprenditoriale, tradizione, creatività, innovazione rappresentano le risorse principali del Paese, che hanno reso il “made in Italy” famoso e competitivo.
Da un Paese povero di materie prime, ricco solo di creatività, risparmio, bellezze naturali e voglia di fare, è venuto un esempio di crescita che ha del miracoloso.
Dai mestieri all'impresa, certamente un salto di qualità. Quali, dunque, i “numeri" dell'artigianato italiano?
Tra gli anni '60 e gli anni '90 gli artigiani sono triplicati. Oggi le aziende artigiane sono quasi 1.400.000, danno lavoro a 1.800.000 titolari, soci e collaboratori familiari ed a 1.600.00 dipendenti, 250.000 dei quali giovani apprendisti. L’ artigianato partecipa con il 12% alla formazione del prodotto lordo nazionale, con il 20% all'occupazione, con oltre il 18% all'export. L’ artigianato opera in tutti i settori dell'economia ; dal manifatturiero (abbigliamento, pellicceria, meccanica, mobili e legno, elettrica, ecc.) all'artistico (restauro, oro, vetro, ceramica, ecc.) dal trasporto di merci e persone ai servizi alle cose e alle persone, dalla trasformazione alimentare all'edilizia ed impiantistica.
Gli artigiani praticano 300 mestieri, da quelli più fedelmente collegati al passato com'è il caso del restauro (occorre considerare che l'Italia possiede oltre la metà del patrimonio artistico mondiale) a quelli che si sono sviluppati più di recente con Internet e la multimedialità. L’ artigianato, nel settore della manifattura e dei servizi, rappresenta la grandissima parte delle imprese; in Italia, le imprese fino a 20 dipendenti (di norma artigiane) sono il 97% del totale, quelle fino a 10 dipendenti (dette anche micro imprese) il 93% e quelle fino a 50 dipendenti (piccole imprese secondo la definizione europea) sono oltre il 99% sul totale.Ma creatività, laboriosità, leggi a favore non bastano a spiegare il successo dell'artigianato. Occorre dire che, una parte di questo merito, va alla formula dei distretti produttivi.
Le imprese, a partire dagli anni '60, si sono sviluppate privilegiando l'insediamento in determinate zone secondo distinte specializzazioni. Sono nati, in questo modo, i distretti dell'oro a Vicenza, Valenza Po ed Arezzo, del tessile a Prato, Carpi e Biella, della ceramica a Vicenza, Perugia e Caltagirone, della piastrella a Sassuolo, del mobile a Pesaro, Cantù, Pordenone, Firenze, della meccanica in numerose provincie italiane, dei prodotti dell'acciaio a Lumezzane vicino a Brescia, del vetro a Venezia, dell'auto a Torino, dell'alimentare a Latina, Caserta, Bari, in Sicilia e Calabria, dalla calzatura nella Riviera del Brenta, a Varese ed a Napoli e potrei continuare così per molto, descrivendo oltre 100 zone tipiche di produzione.
In questi territori è avvenuto un fatto importante. Le imprese si sono scambiate informazioni, collaborazione tecnica e lavoro. In ogni distretto si sono moltiplicate le specializzazioni fra di loro complementari, quasi come si fosse in una grande fabbrica (il distretto) con i tradizionali reparti sostituiti dalle imprese che interagiscono tra di loro, moltiplicando produttività, flessibilità, creatività, innovazione tecnologica e commerciale. Questo è il post-fordismo; tante grandi fabbriche, i distretti, a cielo aperto; non c'è la gerarchia rappresentata dal capo fabbrica ma una nuova gerarchia, più importante e moderna, rappresentata dal mercato, dall'incontro fra domanda e offerta. In questo modo le piccole imprese hanno fatto cooperazione, hanno formato milioni di lavoratori, hanno risolto molti problemi produttivi brevettando continue invenzioni (il 50% dei brevetti italiani nascono nella piccola impresa).
I modelli produttivi esprimono anche il tipo di evoluzione sociale e culturale di un Paese. Qual è, a questo proposito, il ruolo dell'artigianato?
La piccola impresa ha svolto la funzione di collante sociale assicurando quella che viene chiamata la coesione sociale; in questo ambito di relazioni produttive e di relazioni sociali fortemente responsabili, l'artigianato e la piccola impresa hanno tenuto unite le persone, la gente con la gente, la gente con le istituzioni pubbliche, i datori con i propri dipendenti.
E questo è merito anche del fatto che la piccola impresa italiana, praticamente tutta l'impresa artigiana, è basata sull'impresa familiare; il padre con i propri figli, nipoti, la moglie, i parenti più stretti. Uistituto della famiglia è stato utile all’'impresa così come l'impresa familiare ha saputo tenere attiva la famiglia.
Ecco, quindi, che la lista delle parole-simbolo del successo italiano è completa: laboriosità, propensione al rischio, creatività, voglia di realizzarsi, responsabilità individuale, responsabilità sociale che vuol dire coesione sociale, l'impresa familiare, il distretto produttivo, le infrastrutture necessarie per la produzione e la circolazione delle merci, l'associazionismo
In che misura il lavoro artigiano ha contribuito all'affermazione delle comunità italiane all'estero?
Gli italiani sono stati portatori di un’ abitudine di lavoro e di vita con caratteristiche particolari; dal nostro Paese hanno portato con sé una ricchezza straordinaria: i mestieri, la tradizione del lavoro artigiano come un patrimonio che si tramanda di padre in figlio. Hanno contribuito a diffondere un umanesimo silenzioso, esercitato con grande modestia, con estrema duttilità e con una generosità senza pari, ricchezza e cultura, valori di responsabilità ed autorealizzazione.
Viviamo nell'era della globalizzazione dell'economia. Quali le potenzialità e le prospettive delle piccole imprese per quanto riguarda l'internazionalizzazione e la cooperazione? L'artigianato e la piccola dimensione imprenditoriale grazie alla loro flessibilità, alla capacità di innovazione e alla propensione all'internazionalizzazione, possono rappresentare il modello produttivo ideale per creare nuova imprenditorialità e per esperienze di cooperazione nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che si avviano all'economia di mercato, ma anche con gli altri Continenti.In particolare, il Mezzogiorno può rappresentare un "laboratorio" per sperimentare uno sviluppo equilibrato nelle relazioni tra i Paesi occidentali e quelli in via di sviluppo. Le regioni meridionali sono una porta aperta sul Medio Oriente, sull'Africa, sull'area balcanica ma devono essere valorizzate per quello che producono e che sanno fare davvero, con l'attenzione rivolta alle uniche novità di impresa e di occupazione, cioè 1.300.000 imprese tra artigianato, piccola impresa, agricoltura e turismo.
In particolare, il bacino dell'Adriatico rappresenta il luogo del prossimo impegno internazionale dei piccoli imprenditori e delle imprese artigiane, e, più in generale, il nuovo epicentro di sviluppo per tutta l'industria italiana ed europea.
L'attenzione del mondo imprenditoriale a iniziative di collaborazione economica supera le dimensioni e le tipologie d'impresa e va adeguatamente sostenuta con un utilizzo ottimale degli strumenti bilaterali e multilaterali.
Per rendere meno approssimativa e rischiosa la presenza delle imprese italiane sui mercati esteri e per evitare la dispersione di risorse e di interventi, è necessario superare gli approcci burocratici e centralisti, realizzando coordinamento e convergenze di interventi del sistema-Paese.
Leggi e strumenti finanziari di sostegno, garanzia e promozione devono essere costruiti "a misura" del settore privato, del mondo delle imprese, delle iniziative promosse da Confederazioni ed organismi di categoria. Vanno anche raccordati gli strumenti regionali e locali finanziari e di promozione con il ventaglio delle azioni previste, soprattutto per quanto riguarda il sostegno agli Investimenti diretti internazionali, vanno creati schemi di garanzia dal rischio politico e commerciale adeguati alle diverse realtà della regione in cui si opera e programmi specifici e territoriali, che possono riguardare la promozione di aree industriali ed artigianali, ristrutturazioni di distretti produttivi, risparmio energetico, manutenzione e ristrutturazione urbana e tutela dell'ambiente. Il futuro del nostro 'stare in Europa' e dei rapporti con i nuovi mercati dipende anche da quanto e come la strategia nazionale nella cooperazione sarà a fianco dei piccoli imprenditori e della 'propensione a fare impresa'.
Quali sono le caratteristiche ed il ruolo delle piccole imprese nel Mezzogiorno?
Come dimostrano i più recenti dati di Unioncamere sulla nati-mortalità del sistema delle imprese, è in atto un processo di destrutturazione e ristrutturazione produttiva, testimoniato dalla tendenza alla crescita imprenditoriale e all'autoimpiego. Un fenomeno senza dubbio positivo, che però rischia di cogliere impreparato il sistema giuridico, dei regolatori sociali, delle infrastrutture, degli incentivi, delle regole commerciali. L'aumento del numero di imprese non basta a garantire lo sviluppo, se le aziende, soprattutto quelle di minore dimensione, non troveranno nel "Paese legale" gli strumenti per affrontare la competizione interna e quella internazionale. Del resto, il contemporaneo forte aumento della mortalità imprenditoriale dimostra che l'attività d'impresa è spesso "bloccata" da condizioni che ostacolano la libertà d'iniziativa economica.
Il costante aumento di imprese nel Sud è il positivo segnale che gli operatori considerano più conveniente l'emersione nel mercato legale. Ma esistono ancora ampi spazi per l'imprenditoria regolare, considerate le cifre sul sommerso e sul lavoro nero. Tuttavia, nel Mezzogiorno, come nel resto d'Italia, soprattutto le piccole imprese dovranno specializzarsi e raggiungere la dimensione ottimale per rispondere alla domanda del settore di appartenenza.
Esistono, nel nostro Paese, accanto ad aree ad alta concentrazione di piccole imprese economicamente integrate ed a vocazione europea (i cosiddetti distretti industriali), vaste zone, e non solo nel Mezzogiorno, che hanno ampie capacità di crescita e di sviluppo artigiano.
Ulteriore segnale di evoluzione del settore artigiano è la sua struttura settoriale, che sta mutando e si sta specializzando per rispondere alle nuove esigenze dei mercati, sia interno che estero. Accanto a nuove imprese nel manifatturiero, assistiamo ad una crescita di iniziative nei servizi non solo alle persone ma anche e soprattutto alle imprese. Un terziario avanzato dalle caratteristiche artigiane che non si limita all'erogazione di servizi elementari, ma si traduce in un'offerta altamente qualificata e modellata sulle specifiche esigenze della domanda.
Artigianato e piccole imprese rappresentano, dunque, la risorsa fondamentale per creare vera occupazione e reale sviluppo nelle regioni del Sud, per aiutare il Mezzogiorno a liberarsi dai luoghi comuni che molto spesso tradiscono la realtà e impediscono la 'visibilità' del suo volto positivo. Ma, per poter svolgere questo ruolo, le piccole imprese devono essere considerate protagoniste, al pari delle altre componenti dell'economia e della società, di politiche attive di rilancio delle regioni meridionali.
Soprattutto, deve essere abbassata l'acqua di quel "mare" di leggi che ostacolano l'occupazione, "impauriscono" gli imprenditori e contribuiscono a mantenere sommerso e precario il lavoro.
Più concretamente cosa bisogna fare?
Si tratta di eliminare gli ostacoli che oggi costringono le imprese a "viaggiare con il freno a mano tirato", impedendo loro di assumere, e che scoraggiano le nuove iniziative imprenditoriali: i costi e le rigidità nel mercato del lavoro, la pressione normativa, burocratica e fiscale, l'assenza, soprat-tutto nel Mezzogiorno, di infrastrutture e spazi per insediamenti produttivi. Gli "incubatoci" ideali per far nascere nuova imprenditorialità e consolidare quella esistente nel Mezzogiorno devono contenere spazi per insediamenti produttivi, ma anche interventi per la formazione professionale e il raccordo scuola-impresa, servizi nel credito, nell'innovazione, nell'export.
Per stimolare nuova occupazione, è necessario modificare le strutture di governo del mercato del lavoro, incoraggiare gli investimenti produttivi con incentivi creditizi, con interventi regionali a favore dell'associazionismo nel credito, con opportune misure di graduale defiscalizzazione, con la riqualificazione del sistema dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Soprattutto, occorre rafforzare le esperienze di promozione di imprenditorialità e avviare nuove iniziative a sostegno di chi vuole "mettersi in proprio", (il Servizio FareImpresa di Confartigianato ne è un esempio) favorendo anche nuove forme di assunzione, nell'ambito della piccola impresa.
Nelle regioni meridionali, le piccole imprese dovrebbero essere aiutate a nascere, a svilupparsi e a interagire secondo il modello dei distretti industriali, favorendo cioè gli ambienti adatti alla fertilità e alla continuità imprenditoriale. Non ha senso creare nuove imprese senza capacità di collegamento tra di loro, singoli e isolati punti in un contesto difficile. A queste condizioni, la piccola impresa può contribuire a ridurre il dualismo Nord-Sud, ad accorciare le distanze tra le imprese che operano all'interno dei distretti industriali e quelle collocate all'esterno. La piccola impresa, attraverso le reti, ad esempio Internet, può superare le barriere di relazione e trasporto che fin qui l'hanno condannata alla dimensione commerciale locale. Così come le stesse reti e la tecnologia diffusa, accessibili con costi relativamente bassi, possono far recuperare protagonismo alle imprese artigiane nei contesti locali e favorire processi di emersione.



