Gli italiani in Brasile

Le vicende degli Italiani in Brasile, di cui abbiamo parlato nei due numeri precedenti, si concludono con questa terza puntata. Tutti e tre gli articoli saranno raccolti in un Estratto ed arricchiti con un'abbondante bibliografia.
Per ottenere emigranti dalla Penisola, le agenzie in cerca di manodopera entrano a volte in affari con italiani già residenti in Brasile. Il fenomeno non è nuovo: nel 1836 Enrico Schutel, console nello stato di Santa Caterina, vi attira una trentina di famiglie genovesi, che formano la colonia "Nuova Italia" (poi "Don Alfonso"). Nel 1871 l'imprenditore teramano Sabino Tripoti, rifugiatosi in Brasile sei anni prima a seguito di un ammanco di cassa fraudolento, firma un contratto con la provincia del Paranà e si impegna a portarvi una cinquantina di famiglie dell'Italia meridionale, che arrivano soltanto nel 1875. Sulla stessa nave, che salpa il 22 dicembre 1874 da Genova, s'imbarca anche anche un gruppo di mantovani e modenesi, arruolati dalla nobildonna Adelina Malavasi, amica dell'imperatrice, per popolare la provincia di Santa Catarina. Malavasi muore e gli emigrati da lei chiamati finiscono nella "Fazenda de Porto Real", nei pressi di Rio de Janeiro. Quelli di Tripoti popolano invece, come promesso, la colonia Alexandra (dal nome della moglie del truffaldino imprenditore) nel Paranà, Poco prima era arrivata anche una spedizione di coloni "austriaci", della quale facevano parte non pochi trentini e veneti. Negli anni successivi giungono altri veneti, mantovani e teramani, che ingrossano la colonia di Tripoti. L’impresa finisce miserevolmente, ma gli immigrati trovano sbocco in una seconda colonia, Nuova Italia, che presto supera le 2.000 unità.
Nell'arco di pochi anni si formano numerose insediamenti, alcuni composti interamente da italiani, come Nova Venezia nella provincia di Santa Catarina. Ora si muovono grandi agenzie, come la Pinto & Holtzweissi g & Cia che tra il 1875 e il 1877 arruola oltre 35.000 emigranti. José Joaquim Caerano Pinto recluta principalmente nelle campagne del Tirolo, anche di quello italiano, e poi, per contiguità, in quelle del Veneto propriamente detto. Ai capifamiglia promette il pagamento del viaggio e soprattutto l'assegnazione di lotti, sia pure a titolo provvisorio, da 25 a 60 ettari e moderate condizioni per il riscatto definitivo. In questi casi gli immigrati si impegnano a disboscare il terreno ricevuto entro sei mesi dall'arrivo e a costruire immediatamente una casa sul proprio appezzamento. Purtroppo le loro speranze si rivelano spesso fallaci. Una volta terminata l'opera di disboscamento sorge il problema di cosa coltivare. Nelle aree più meridionali si tende a piantare mais, frumento e vite; in qualche caso anche orzo, riso, fagioli e legumi o persino, dopo un certo tempo di acclimatazione, manioca ed erba mate. In quelle più settentrionali soprattutto canna da zucchero e caffè. Talvolta ai lavori agricoli si aggiunge l'allevamento del bestiame, soprattutto di suini, mentre ovini e bovini sono molto rari. Fallisce invece l'introduzione della gelsicoltura o quantomeno non fornisce lo sperato guadagno supplementare. Infine molti coloni arrotondano i magri proventi agricoli, prestando la propria opera nella costruzione di infrastrutture vi arie e, in seguito, ferroviarie.
Nonostante queste integrazioni la condizione dei coloni resta difficile. I loro insediamenti sono infatti lontani dai mercati ed essi hanno quindi difficoltà a vendere la propria produzione; sono inoltre taglieggiati da chi (in genere i grandi possidenti che li hanno chiamati) controlla lo spaccio locale. I coloni comunque resistono, perché sperano di ottenere il titolo di proprietà, e formano comunità rurali spesso quasi completamente isolate, nelle quali l'unico momento di contatto sociale è garantito dalla chiesa, dove, però, questa c'è.
A tal proposito le carte della nunziatura di Rio de Janeiro e quelle della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari riportano paradossalmente e ad un tempo continue lamentele sull'arrivo non sollecitato di preti italiani e innumerevoli richieste di sacerdoti da parte di comunità italiane abbandonate spiritualmente. Il problema esplode alla metà degli anni 1880 e presenta due versanti. Da un lato, le comunità immigrate o persino i singoli coloni chiedono soccorso alla Santa Sede: nel 1884 il bellunese Giovanni Battain scrive a nome di 5.000 italiani (e specifica veneri e lombardi) dello stato di Santa Caterina, che sono privi di assistenza spirituale da sette anni; quasi contemporaneamente l'internunzio apostolico Rocco Cocchia conferma che sono lasciate a se stesse le comunità italiane e tedesche di Espirito Santo. Dall'altro, i vescovi e i rappresentanti pontifici scoprono che gli emigranti lasciati a se stessi non rispettano i dettami ecclesiastici: molto spesso coloro che sono partiti senza famiglia praticano, per esempio, la bigamia, cioè si sposano una seconda volta in Brasile, dimenticando la sposa lasciata in Italia.
Dalla seconda metà degli anni ottanta la Santa Sede interviene a più riprese a favore degli italiani in Brasile e chiede un maggior controllo, ma anche maggior sostegno, da parte dei vescovi brasiliani. Allo stesso tempo vescovi italiani interessati all'emigrazione - uno per tutti, Geremia Bonomelli ordinario diocesano di Cremona - scrivono in Vaticano e chiedono d'intervenire ancora più assiduamente. Nel 1886 arrivano i primi missionari pallottini e nel 1889 Giuseppe Fàa di Bruno, loro rettore generale, si dichiara disposto a inviarne altri per seguire circa 40.000 italiani emigrati in Brasile, ma non riesce a ottenere facilmente passaggi gratuiti in nave. L’intervento dei missionari di s. Carlo nel 1888, la congregazione fondata da Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, e quello dei salesiani, agli inizi del Novecento, migliorano progressivamente la situazione.
Tuttavia le differenze tra la ritualità cattolica degli immigrati e quella locale, nonché il comportamento di molti sacerdoti italiani, emigrati abusivamente, indispongono i vescovi brasiliani. Questi ultimi, con il tempo, dispiegano persino un'italofobia, più volte biasimata dai nunzi apostolici, che non è lontana da quella dei loro omologhi di origine irlandese negli Stati Uniti e nel Canada. In alcuni casi comunque l'arrivo di una seconda ondata di sacerdoti italiani, adeguatamente selezionati, assicura una migliore assistenza agl'immigrati e facilita la riforma di alcune diocesi brasiliane. Le autorità vaticane sfruttano infatti la quere/le sull'immigrazione per forzare la mano ai vescovi brasiliani e ottenere un complessivo miglioramento della situazione ecclesiastica. Tuttavia la resistenza della chiesa cattolica brasiliana alla pene trazione italiana si protrae nel tempo e ancora nel secolo successivo i nunzi apostolici chiedono l'intervento vaticano per assicurare l'assistenza ai compatrioti immigrati in Brasile.
4. Le trasformazioni politiche del Brasile
Nel 1888 il regime politico brasiliano cambia radicalmente. Pedro II si reca in Europa e nel mese di marzo la figlia Isabella, che regge l'impero in assenza del padre, abolisce definitivamente la schiavitù. Lira dei grandi possidenti terrieri non è probabilmente sufficiente a motivare una sollevazione politica, anche perché la decisione era prevista da tempo. Tuttavia il malumore dei grandi proprietari si fonde con le rivendicazioni dell'esercito, con lo scontento di molti maggiorenti per l'inefficienza del gioco dei partiti - sino ad allora mediato dall'imperatore, che, però, adesso è malato - e con la scarsa simpatia della Chiesa cattolica per una casa regnante che vuole leggi favorevoli alla libertà di culto, alla laicizzazione della scuola e al matrimonio civile. Le diverse componenti della protesta si coagulano e portano alla rivoluzione del 15 novembre 1889 e all'instaurazione della repubblica. Il generale Manuel Deodoro da Fonseca diviene il primo presidente brasiliano e inaugura la stagione dei capi di stato incapaci dal punto di vista amministrativo, ma proni davanti all'esercito e ai grandi possidenti. In compenso il nuovo regime penalizza la gerarchia cattolica, che, autorizzata dalla Santa Sede, avvia nel dicembre del 1889 segreti pourparlers, ma non riesce a evitare la separazione tra Chiesa e Stato.
Il periodo è confuso e le polemiche molteplici, anche per l'incapacità del nuovo capo dello stato. I proprietari terrieri cercano di controllare l'evoluzione della vita politica, ma i loro interessi non sono omogenei. Le antiche province si trasformano in singoli stati, la cui coesione a livello federale è abbastanza lasca. E, per quanto qui ci riguarda, ogni stato applica una propria politica immigratoria, anche perché lare pubblica affida le terre demaniali ai singoli stati che possono quindi utilizzarle per incrementare ulteriormente il numero dei propri immigrati. D'altronde la differenziazione delle politiche migratorie precede la rivoluzione, che si limita quindi a favorire un processo già in atto. Nell'ottobre 1885, per esempio, l'allora provincia di San Paolo garantisce ai jazendeiros il rimborso del prezzo del viaggio dell'emigrante (solo o con famiglia) e, l'anno successivo, affida la regolazione degli arrivi alla Sociedade promotora d'immigraçao, che le assicura in pochi anni un flusso continuo di manodopera a basso costo e che provvede anche a popolare il più meridionale Rio Grande do Sul, dove s'insedia il maggior numero d'italiani negli anni successivi. Tutti gli stati, che compongono la repubblica brasiliana, mirano comunque a sfruttare il più possibile gli immigrati, ma questi non sono sempre disposti a sopportare: la reazione è particolarmente vivace in ambito urbano, ma non mancano le pro- teste rurali.
A San Paolo scoppia nel 1892 un moto di protesta, che si estende ad altri centri e provoca di contraccolpo una violenta repressione persino agitazioni anti-mmigrati. Gli italiani, che sono la maggior componente della manodopera immigrata, rurale e urbana, sono quindi sospettati di essere tutti anarchici o socialisti. Il che non è vero, anche se in Brasile sono sorti numerosi fogli anarchici ed è persino esistita una "colonia" italiana a base anarchica, la famosa colonia Cecilia, fondata dal pisano Giovanni Rossi nel Paranà. Di fatto le proteste italiane non nascono dalle sotterranee agitazioni dell'estrema sinistra immigrata, ma dalle condizioni di sfruttamento disumane: si ricordi che per molti proprietari terrieri e, di conseguenza, anche per i primi industriali brasiliani gli immigrati sono il naturale sostituto degli schiavi. Godono inoltre persino dell'assistenza del clero, soprattutto quello immigrato che in numerosi casi si schiera a fianco dei compatrioti emigrati.
Lo scontro violento con i latifondisti, con gli industriali e con lo stato brasiliano spinge la comunità italiana a una maggiore coesione, a cercare di sfruttare il proprio peso numerico, che di certo non è indifferente, essendo pari agli inizi del Novecento a oltre un milione d'immigrati. Purtroppo, però, lo stato italiano si rivela incapace di difendere i suoi cittadini all'estero. E la situazione di questi ultimi è peggiorata dalla drastica caduta dei prezzi del caffè nella seconda metà del decennio e dalla conseguente crisi delle esportazioni, particolarmente virulenta alla fine del secolo.
5. Il primo quarto del Novecento
La crisi economica non arresta l'immigrazione italiana, che continua durante tutto il primo quarto del Novecento, con una pausa ovviamente durante la prima guerra mondiale. I vecchi flussi dal Veneto, dalla Lombardia e dall'Emilia, cui col tempo si sono aggiunti anche molti emigranti piemontesi, decrescono significativamente negli anni che precedono il conflitto e sono sostituite da nuove correnti provenienti dal Sud d'Italia. Queste ultime assumono spesso l'aspetto di una diaspora incontrollabile. Lo scopre lo stesso governo italiano, che, allarmatosi per il numero di rimpatri durante la crisi di fine secolo, tenta di regolare le partenze verso il Brasile e nel 1902 proibisce quelle di gruppo e sovvenzionate, che non siano prima approvate dal Commissariato Generale per l'Emigrazione (istituito presso il Ministero degli Affari Esteri).
Nei primi quindici anni del secolo i nuovi arrivati proseguono a colonizzare il Sud del Brasile, così come era accaduto tra il 1885 e il 1897. Inoltre il loro numero è spesso annualmente pari alla metà di tutti gli arrivi d'immigrati. In un cerro senso questo flusso è conseguenza diretta di quello che aveva preceduto la crisi di fine secolo. I nuovi arrivati sono infatti attirati dal successo dei loro diretti predecessori, forse non eccezionale, ma comunque contraddistinto dalla proprietà della terra e dall'italianizzazione del circondario. Vi sono tuttavia alcuni significativi cambiamenti: la concentrazione italiana si rafforza ulteriormente soprattutto nello stato e nella città di San Paolo, dove la presenza italiana è pari al 50% della popolazione. Il numero degli italiani nel Rio Grande do Sul è egualmente significativo, mentre è minore quello negli stati di Paranà e di Santa Catarina. Una discreta presenza italiana, circa 25.000 alla fine dell'Ottocento, si riscontra infine a Rio de Janeiro. Gli immigrati in quest'ultima città sono soprattutto meridionali, d'altra parte, come già accennato, da inizio secolo alla grande guerra i flussi sono eminentemente d'origine calabrese e campana. Sono invece ancora settentrionali e in particolare veneti coloro che s'insediano a San Paolo, Minas Gerais ed Espirito Santo.
Prima della guerra gli italiani hanno ormai costituito comunità stabili, per quanto in parte disperse tra le diverse aree agricole e frontiere di colonizzazione agricole e in parte solidamente inurbatesi nei principali centri brasiliani. In questi ultimi, come abbiamo visto per San Paolo e Rio de Janeiro, il retaggio italiano è notevole: di fatto la classe operaia brasiliana è a maggioranza italiana. Di qui l'attenzione repressiva dello stato e del padronato brasiliani. Gli operai di origine italiana non sono comunque inermi, né inerti davanti alla violenza del capitalismo luso-americano. Si organizzano in movimenti politici e lottano a fianco dei loro omologhi di altra origine, suddividendosi tra le varie organizzazione socialiste, anarchiche e anarco-sindacaliste. Formano inoltre una miriade di società di muto soccorso e di cooperative. Infine la stessa dimensione delle comunità italiane favorisce la fondazione e lo sviluppo di un'aggressiva stampa italiana, in molti casi improntata quanto meno a un vivido senso della democrazia e dei diritti degli immigrati.
La guerra, cui il Brasile prende parte a fianco degli Alleati, dura soltanto dopo tre anni, ma restituisce un minimo di fiato all'economia del paese, grazie anche a un effimero boom della gomma. Tuttavia il successivo crollo del cambio e il ribasso delle quotazioni del caffè riportano il paese a una situazione drammatica, ma ancora una volta i movimenti migratori non sembrano tenere conto di quanto accade. La comunità italiana, dopo essere stata salassata per i rimpatri in occasione della guerra, rimpolpa infatti i suoi effettivi. Sono i tardi effetti del mito brasiliano, che riprendono ad agire nel Veneto, ma investono anche aree, quale quella barese per esempio, dove le partenze erano state in precedenza quasi nulle. In compenso cala progressivamente la partecipazione a questi flussi delle regioni meridionali, che prima della guerra avevano inviato il maggior numero di lavoratori al di là dell'oceano.
Nel 1920 partono di 10.000 italiani, nonostante che le autorità della Penisola segnalino le pessime condizioni di lavoro nelle fazendas e le tristissimi condizioni igieniche delle campagne brasiliane, sottolineando un tasso della mortalità infantile di quasi il 50%. Questa ripresa delle partenze verso il Brasile continua sino a tutto il 1927, anche in ragione della vittoria fascista. Come era già accaduto nell'ultimo decennio del secolo precedente, molti contadini e molti operai abbandonano la patria, quando ritengono che la situazione politica e di conseguenza quella economica siano irrimediabilmente compromesse. Nel 1928, però, il Brasile imita gli Stati Uniti e restringe rigidamente l'arrivo degli immigrati. La crisi del 1929 e un ulteriore crollo del prezzo del caffè disincentivano quindi completamente l'emigrazione verso le sponde brasiliani. Anzi gli italiani già stabilitisi nel paese iniziano a rientrare in Italia.
L’emigrazione di ritorno diviene allora un problema di prima grandezza per la sopravvivenza delle comunità italo-brasiliane, minacciate anche dalla notevole diminuzione degli arrivi in alcune aree, una volta invece molto ricercate, e dagli spostamenti all'interno del Brasile degli antichi immigrati. Dopo la guerra è, per esempio, cessata l'emigrazione verso il Rio Grande do Sul, una delle mete principali tra il 1875 e il 1914. Tuttavia, grazie alla ferrea endogamia e alla forte fertilità, il gruppo si è moltiplicato, tanto che in quello stesso stato la popolazione di origine italiana è passata da 160.000 unità nel 1901 a 405.000 nel 1934. Ma non tutti sono restati a presidiare le campagne strenuamente agognate nel periodo precedente, anzi, come in molti altri stati, gli italiani di prima e di seconda generazione si sono spostati verso le città.
Dopo la guerra il gruppo italiano ha soprattutto avvertito l'attrazione di San Paolo. Da un lato infatti la città è in crescita; dall'altro ospita imprese italiane anche di grande respiro, che si servono prevalentemente di compatrioti. A San Paolo nel 1920 esistono 1.446 imprese "italiane", che danno lavoro a quasi 8500 operai. Inoltre in alcuni settori gli italiani più ricchi e intraprendenti passano dal commercio alla manifattura, incrementando le occasioni di lavoro nelle quali sono richiesti soprattutto italiani. Queste storie di successo di imprenditori e di operai non devono comunque far dimenticare che nei quartieri periferici vivono immigrati disperati e pronti a tutto, come attestano i tanti articoli, sia pure improntati a uno scandalismo facile, sui bairros retti dalla "mafia", nei quali la stessa polizia ha paura di entrare e l'unica legge è quella del più forte.
6. La comunità italiana in Brasile tra gli anni trenta e gli anni sessanta
Negli anni trenta giungono dall'Italia tra i l 000 e i 1700 immigrati, cifre che non bastano a sopravanzare i rientri, cosicché gli effettivi della comunità italiana scendono da 435.000 nel 1930 a 325.000 nel 1940. Nel decennio successivo poi la guerra e il secondo doloroso dopoguerra impediscono un'immediata ripresa dei flussi migratori. D'altra parte la crisi dell'economia brasiliana è accompagnata da quella politica e il paese non sembra offrire speranze di un facile inserimento.
Al termine degli anni venti la vecchia oligarchia è infatti in difficoltà, mentre si accentuano gli scontri tra il personale politico, amministrativo e militare e s'inaspriscono i contrasti tra i singoli stati. Nel 1930 Julio Prestes, candidato della previa amministrazione, vince le elezioni presidenziali contro Getulio Vargas, governatore dello stato del Rio Grande do Sul e rappresentante di un nuovo movimento politico, Alliança Liberal. La vittoria è, però, frutto di brogli elettorali e i seguaci di Vargas depongono il presidente, sostituendolo con il loro leader. Si tratta di una sorta di seconda rivoluzione che viene confermata dalle elezioni del 1934.
A questo punto Vargas promulga una nuova costituzione, che rafforza il potere del governo federale e che gli permette di eliminare l'opposizione e di riorganizzare il paese come uno stato corporativo, simpatizzante con Italia e Germania. Alla fine il regime di Vargas è costretto a schierarsi a fianco degli Stati Uniti contro l'Asse, come del resto avviene anche in altri paesi dell'America Latina, ma non muta le proprie caratteristiche nonostante che i tempi non gli siano più così favorevoli. Nel 1945 un mini-colpo di stato sostituisce Vargas con il generale Enrico Gaspar Dutra, già suo ministro della guerra. L’ex presidente resta tuttavia nell'arena politica come senatore, mentre il nuovo governo è sfidato dal partito comunista, che si rivela la prima forza elettorale del paese. Due anni dopo il governo sopprime il principale partito dell'opposizione, ma non riesce a pacificare il paese. Le convulsioni politiche brasiliane, unite al restringimento delle entrate, pesano sulla comunità italiana. Negli anni trenta e nel secondo dopoguerra la repressione che colpisce il partito comunista si ripercuote anche sugli italiani, ma questi pagano inoltre la politica nativistica di Vargas, che nel 1942 proibisce l'uso, persino a casa, di lingue diverse da quella lusitana. Inoltre negli anni trenta esplodono anche le divisioni intorno alla questione fascista. Nel decennio precedente gli italiani in Brasile si erano sostanzialmente di quanto accadeva nella penisola, nonostante la creazione sin dal 1930 di fasci brasiliani.
Dopo il 1930 il regime di Mussolini penetra invece tra gli strati superiori della comunità emigrata e ottiene progressivamente il controllo della stampa italiana. Tuttavia la scelta stessa del personale dei fasci e di quello dei consolati, spesso volta a premiare l'impegno propagandistico senza alcun criterio qualitativo, non permette alla propaganda fascista di avere un'ampia adesione di massa: al sedicesimo anniversario della fondazione del fascio di San Paolo partecipano meno di duemila persone. Inoltre il tentativo dei consoli fascisti di impadronirsi delle associazioni italiane provoca, almeno inizialmente, un moto di ripulsa, in particolare da parte di quelle a base regionale che vogliono mantenere le proprie caratteristiche, anche contro una generica italianità.
In ogni caso la presenza dei fasci e il nuovo orientamento della stampa italiana moltiplica le divisioni all'interno della comunità e la espone alla critica della società ospite. Gli scontri tra italiani e la loro divisione per linee politiche e sociali violentemente contrapposte sono infatti biasimati dai giornali brasiliani. Questi inoltre, pur essendo genericamente favorevoli al regime fascista in Italia, temono che i suoi rappresentanti moltiplichino in Brasile i richiami all'italianità degli emigrati, contrastando così la politica di Vargas tendente ad amalgamare, anche con la forza, la popolazione brasiliana.
In effetti, al di là delle divisioni politiche, la comunità italiana in Brasile ha un forte senso delle proprie origini: nel 1940 pochissimi, soltanto un decimo, sono naturalizzati. In compenso molti parlano ormai correntemente il brasiliano e si sono adattati alla cultura locale, in particolare in alcune aree della frontiera agricola. L’omogeneità e il mantenimento delle radici italiane in altre situazioni sono probabilmente dovuti al forte invecchiamento della comunità italiana. Questa infatti è composta per oltre i due terzi da immigrati di prima generazione, che hanno più di 50 anni. I più giovani, in particolare se maschi, iniziano invece negli anni trenta a sposarsi con brasiliane o con donne di altri gruppi immigrati, rinunciando a un'endogamia d'altra parte ormai difficile da conservare, anche se la comunità è abbastanza equilibrata nel rapporto tra i sessi (91 donne per ogni 100 maschi).
7. La nuova emigrazione degli anni cinquanta e sessanta
Nel secondo dopoguerra l'emigrazione italiana verso il Brasile registra nuovamente un consistente saldo positivo. Nel 1946 l'emigrazione è appena pari a 603 unità (contro 97 rimpatri), ma già l'anno successivo varca le 4.000 (contro 1.142 rimpatri) e nel 1951 le 9.000 (contro poco più di 2.000 rimpatri). Nel frattempo è risolto il contenzioso tra Italia e Brasile sui beni sequestrati a cittadini italiani durante la guerra e dell'accordo ratificato a Rio de Janeiro 1'8 settembre 1949 è prevista la costituzione di una compagnia di colonizzazione e immigrazione mista, finanziata dall'Italia utilizzando anche i capitali appena sbloccati in Brasile. Nel 1952-1954 partono dalla Penisola rispettivamente 17.026, 14.328 e 12.949 emigranti, mentre sommando i dati dei tre anni i rimpatri non superano complessivamente le 10.000 unità. Il movimento delle partenze inizia a scendere dal 1955 (8.523 emigranti contro 2.592 rientri), ma si mantiene sopra le 1.000 unità sino al 1962, quando, però, i rientri sono 1.477. Nel corso dei restanti anni sessanta il saldo migratorio è sempre negativo e le partenze dall'Italia sono inferiori al migliaio. Questa cifra è nuovamente superata soltanto alla metà degli anni settanta, quando il saldo migratorio torna brevemente attivo.
Nel secondo dopoguerra il Brasile è il terzo polo d'attrazione latino-americano, preceduto da Argentina e Venezuela, per gli emigrati italiani. Tuttavia la comunità italo-brasiliana non riesce a rimpinguare realmente i propri effettivi. Dal censimento del 1950 risultano 44.678 italiani naturalizzati e 197.659 immigrati con il passaporto italiano. I tre quarti di questa presenza sono concentrati nello stato di San Paolo, il restante quarto si divide tra distretto federale, Rio Grande do Sul, Minas Gerais e Paranà, Dieci anni dopo la percentuale è più o meno la stessa, anche se l'età della popolazione di origine italiana è lievemente diminuita, pur restando comunque preponderanti gli ultra-cinquantenni.
Di fatto la nuova ondata immigratoria non ottiene grandi risultati, anche perché fallisce il tentativo di riavviare la colonizzazione agricola. La disorganizzazione dello stato brasiliana e la durezza delle condizioni di vita nelle fozendas o sulla frontiera impediscono infatti di portare a buon fine qualsiasi sforzo. Gli unici flussi immigratori che quindi funzionano sono quelli legati ai settori industriali e commerciali e al ricongiungimento dei nuclei familiari. L'esperienza migratoria è comunque assai meno lucrariva che nel passato e le fughe verso l'Italia sono numerose.
In questo fallimento, che non esclude ovviamente casi di riuscita individuale, giocano anche le divisioni all'interno della comunità. Ai contrasti ormai incancreniti tra antifascisti e fascisti (questi sono tra l'altro rafforzati dai molti che hanno abbandonato l'Italia non appena finita la guerra, per evitare ritorsioni, e hanno cercato una nuova patria nell'America Latina) si aggiungono quelli fra i nuovi e i vecchi emigrati. I primi non credono nei valori dei secondi e soprattutto sono emigrati per fare fortuna rapidamente, non hanno quindi intenzione di cedere a ricatti occupazionali e vogliono strappare subito le migliori condizioni possibili di lavoro. Inoltre non aderiscono alle associazioni dei vecchi, considerate avanzi di un' epoca ormai scomparsa, soprattutto quelle a carattere più campanilistico. In cambio le vecchie associazioni assistenziali non si preoccupano di chi è appena arrivato e in molti casi si rifiutano persino di soccorrerlo. Gli unici momenti di coesione tra vecchi e nuovi, ma non senza contrasti, sono legati ad iniziative umanitarie a favore dell'Italia, come la raccolta di fondi per le vittime dell'alluvione nel Polesine.
D'altra parte l'inserimento nel Brasile dei nuovi arrivati è osteggiato non soltanto dalle difficoltà economiche, ché in fondo il paese, anche nei suoi momenti peggiori, è comunque considerato di grandi potenzialità e quindi gli immigrati non si spaventano per le ricorrenti crisi, ma anche e soprattutto da quello politico. Nel 1950 Vargas è rieletto presidente e lancia una serie di piani di sviluppo, che, però, non decollano. Quattro anni dopo si suicida, aprendo un nuovo periodo di grande confusione, durante il quale i capi dello stato danno spesso le dimissioni o sono messi in condizioni di non governare. Nell'agosto del 1961, per esempio, Janio Quadros, eletto neanche un anno prima, si dimette, dichiarando che le forze della reazione gli impediscono di intervenire in qualsiasi decisione importante.
Nel 1964 infine le forze armate depongono il presidente Joào Goulart (già vice di Quadros), accusandolo di simpatizzare con i comunisti, e aprono una vera e propria fase dittatoriale. I rivolgimenti politici brasiliani e il tipo di brutale sviluppo, imposto al paese dalle multinazionali a capitale americano ed europeo o da un ceto capitalistico di scarsissima sensibilità sociale, hanno certamente influenzato la natura dell'immigrazione italiana. Negli anni sessanta non arrivano più contadini
alla ricerca di terra, ma artigiani e operai specializzati che vogliono far fortuna nel giro di pochi anni e rientrare al proprio paese. Nel decennio successivo l'immigrazione è ancora più qualificata e a breve termine, poiché è direttamente collegata ai contratti firmati dalle imprese italiane, che operano in Brasile.
La comunità italiana vera e propria va quindi verso all'estinzione: già nel censimento del 1980 gli italiani in Brasile risultano soltanto 108.790, di contro, però, a una popolazione di origine italiana (lontana o vicina) che potrebbe raggiungere i 7-8 milioni. Nel caso di questi ultimi i valori e le tradizioni italiane non sono state dimenticate, ma sono fortemente influenzate dalle esperienze americane e hanno dato vita a una cultura etnica, ormai lontana, anche se non dimentica, dall'antica madrepatria.
di Matteo Sanfilippo
Per ottenere emigranti dalla Penisola, le agenzie in cerca di manodopera entrano a volte in affari con italiani già residenti in Brasile. Il fenomeno non è nuovo: nel 1836 Enrico Schutel, console nello stato di Santa Caterina, vi attira una trentina di famiglie genovesi, che formano la colonia "Nuova Italia" (poi "Don Alfonso"). Nel 1871 l'imprenditore teramano Sabino Tripoti, rifugiatosi in Brasile sei anni prima a seguito di un ammanco di cassa fraudolento, firma un contratto con la provincia del Paranà e si impegna a portarvi una cinquantina di famiglie dell'Italia meridionale, che arrivano soltanto nel 1875. Sulla stessa nave, che salpa il 22 dicembre 1874 da Genova, s'imbarca anche anche un gruppo di mantovani e modenesi, arruolati dalla nobildonna Adelina Malavasi, amica dell'imperatrice, per popolare la provincia di Santa Catarina. Malavasi muore e gli emigrati da lei chiamati finiscono nella "Fazenda de Porto Real", nei pressi di Rio de Janeiro. Quelli di Tripoti popolano invece, come promesso, la colonia Alexandra (dal nome della moglie del truffaldino imprenditore) nel Paranà, Poco prima era arrivata anche una spedizione di coloni "austriaci", della quale facevano parte non pochi trentini e veneti. Negli anni successivi giungono altri veneti, mantovani e teramani, che ingrossano la colonia di Tripoti. L’impresa finisce miserevolmente, ma gli immigrati trovano sbocco in una seconda colonia, Nuova Italia, che presto supera le 2.000 unità.
Nell'arco di pochi anni si formano numerose insediamenti, alcuni composti interamente da italiani, come Nova Venezia nella provincia di Santa Catarina. Ora si muovono grandi agenzie, come la Pinto & Holtzweissi g & Cia che tra il 1875 e il 1877 arruola oltre 35.000 emigranti. José Joaquim Caerano Pinto recluta principalmente nelle campagne del Tirolo, anche di quello italiano, e poi, per contiguità, in quelle del Veneto propriamente detto. Ai capifamiglia promette il pagamento del viaggio e soprattutto l'assegnazione di lotti, sia pure a titolo provvisorio, da 25 a 60 ettari e moderate condizioni per il riscatto definitivo. In questi casi gli immigrati si impegnano a disboscare il terreno ricevuto entro sei mesi dall'arrivo e a costruire immediatamente una casa sul proprio appezzamento. Purtroppo le loro speranze si rivelano spesso fallaci. Una volta terminata l'opera di disboscamento sorge il problema di cosa coltivare. Nelle aree più meridionali si tende a piantare mais, frumento e vite; in qualche caso anche orzo, riso, fagioli e legumi o persino, dopo un certo tempo di acclimatazione, manioca ed erba mate. In quelle più settentrionali soprattutto canna da zucchero e caffè. Talvolta ai lavori agricoli si aggiunge l'allevamento del bestiame, soprattutto di suini, mentre ovini e bovini sono molto rari. Fallisce invece l'introduzione della gelsicoltura o quantomeno non fornisce lo sperato guadagno supplementare. Infine molti coloni arrotondano i magri proventi agricoli, prestando la propria opera nella costruzione di infrastrutture vi arie e, in seguito, ferroviarie. Nonostante queste integrazioni la condizione dei coloni resta difficile. I loro insediamenti sono infatti lontani dai mercati ed essi hanno quindi difficoltà a vendere la propria produzione; sono inoltre taglieggiati da chi (in genere i grandi possidenti che li hanno chiamati) controlla lo spaccio locale. I coloni comunque resistono, perché sperano di ottenere il titolo di proprietà, e formano comunità rurali spesso quasi completamente isolate, nelle quali l'unico momento di contatto sociale è garantito dalla chiesa, dove, però, questa c'è.
A tal proposito le carte della nunziatura di Rio de Janeiro e quelle della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari riportano paradossalmente e ad un tempo continue lamentele sull'arrivo non sollecitato di preti italiani e innumerevoli richieste di sacerdoti da parte di comunità italiane abbandonate spiritualmente. Il problema esplode alla metà degli anni 1880 e presenta due versanti. Da un lato, le comunità immigrate o persino i singoli coloni chiedono soccorso alla Santa Sede: nel 1884 il bellunese Giovanni Battain scrive a nome di 5.000 italiani (e specifica veneri e lombardi) dello stato di Santa Caterina, che sono privi di assistenza spirituale da sette anni; quasi contemporaneamente l'internunzio apostolico Rocco Cocchia conferma che sono lasciate a se stesse le comunità italiane e tedesche di Espirito Santo. Dall'altro, i vescovi e i rappresentanti pontifici scoprono che gli emigranti lasciati a se stessi non rispettano i dettami ecclesiastici: molto spesso coloro che sono partiti senza famiglia praticano, per esempio, la bigamia, cioè si sposano una seconda volta in Brasile, dimenticando la sposa lasciata in Italia.
Dalla seconda metà degli anni ottanta la Santa Sede interviene a più riprese a favore degli italiani in Brasile e chiede un maggior controllo, ma anche maggior sostegno, da parte dei vescovi brasiliani. Allo stesso tempo vescovi italiani interessati all'emigrazione - uno per tutti, Geremia Bonomelli ordinario diocesano di Cremona - scrivono in Vaticano e chiedono d'intervenire ancora più assiduamente. Nel 1886 arrivano i primi missionari pallottini e nel 1889 Giuseppe Fàa di Bruno, loro rettore generale, si dichiara disposto a inviarne altri per seguire circa 40.000 italiani emigrati in Brasile, ma non riesce a ottenere facilmente passaggi gratuiti in nave. L’intervento dei missionari di s. Carlo nel 1888, la congregazione fondata da Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, e quello dei salesiani, agli inizi del Novecento, migliorano progressivamente la situazione.
Tuttavia le differenze tra la ritualità cattolica degli immigrati e quella locale, nonché il comportamento di molti sacerdoti italiani, emigrati abusivamente, indispongono i vescovi brasiliani. Questi ultimi, con il tempo, dispiegano persino un'italofobia, più volte biasimata dai nunzi apostolici, che non è lontana da quella dei loro omologhi di origine irlandese negli Stati Uniti e nel Canada. In alcuni casi comunque l'arrivo di una seconda ondata di sacerdoti italiani, adeguatamente selezionati, assicura una migliore assistenza agl'immigrati e facilita la riforma di alcune diocesi brasiliane. Le autorità vaticane sfruttano infatti la quere/le sull'immigrazione per forzare la mano ai vescovi brasiliani e ottenere un complessivo miglioramento della situazione ecclesiastica. Tuttavia la resistenza della chiesa cattolica brasiliana alla pene trazione italiana si protrae nel tempo e ancora nel secolo successivo i nunzi apostolici chiedono l'intervento vaticano per assicurare l'assistenza ai compatrioti immigrati in Brasile.
4. Le trasformazioni politiche del Brasile
Nel 1888 il regime politico brasiliano cambia radicalmente. Pedro II si reca in Europa e nel mese di marzo la figlia Isabella, che regge l'impero in assenza del padre, abolisce definitivamente la schiavitù. Lira dei grandi possidenti terrieri non è probabilmente sufficiente a motivare una sollevazione politica, anche perché la decisione era prevista da tempo. Tuttavia il malumore dei grandi proprietari si fonde con le rivendicazioni dell'esercito, con lo scontento di molti maggiorenti per l'inefficienza del gioco dei partiti - sino ad allora mediato dall'imperatore, che, però, adesso è malato - e con la scarsa simpatia della Chiesa cattolica per una casa regnante che vuole leggi favorevoli alla libertà di culto, alla laicizzazione della scuola e al matrimonio civile. Le diverse componenti della protesta si coagulano e portano alla rivoluzione del 15 novembre 1889 e all'instaurazione della repubblica. Il generale Manuel Deodoro da Fonseca diviene il primo presidente brasiliano e inaugura la stagione dei capi di stato incapaci dal punto di vista amministrativo, ma proni davanti all'esercito e ai grandi possidenti. In compenso il nuovo regime penalizza la gerarchia cattolica, che, autorizzata dalla Santa Sede, avvia nel dicembre del 1889 segreti pourparlers, ma non riesce a evitare la separazione tra Chiesa e Stato.
Il periodo è confuso e le polemiche molteplici, anche per l'incapacità del nuovo capo dello stato. I proprietari terrieri cercano di controllare l'evoluzione della vita politica, ma i loro interessi non sono omogenei. Le antiche province si trasformano in singoli stati, la cui coesione a livello federale è abbastanza lasca. E, per quanto qui ci riguarda, ogni stato applica una propria politica immigratoria, anche perché lare pubblica affida le terre demaniali ai singoli stati che possono quindi utilizzarle per incrementare ulteriormente il numero dei propri immigrati. D'altronde la differenziazione delle politiche migratorie precede la rivoluzione, che si limita quindi a favorire un processo già in atto. Nell'ottobre 1885, per esempio, l'allora provincia di San Paolo garantisce ai jazendeiros il rimborso del prezzo del viaggio dell'emigrante (solo o con famiglia) e, l'anno successivo, affida la regolazione degli arrivi alla Sociedade promotora d'immigraçao, che le assicura in pochi anni un flusso continuo di manodopera a basso costo e che provvede anche a popolare il più meridionale Rio Grande do Sul, dove s'insedia il maggior numero d'italiani negli anni successivi. Tutti gli stati, che compongono la repubblica brasiliana, mirano comunque a sfruttare il più possibile gli immigrati, ma questi non sono sempre disposti a sopportare: la reazione è particolarmente vivace in ambito urbano, ma non mancano le pro- teste rurali.
A San Paolo scoppia nel 1892 un moto di protesta, che si estende ad altri centri e provoca di contraccolpo una violenta repressione persino agitazioni anti-mmigrati. Gli italiani, che sono la maggior componente della manodopera immigrata, rurale e urbana, sono quindi sospettati di essere tutti anarchici o socialisti. Il che non è vero, anche se in Brasile sono sorti numerosi fogli anarchici ed è persino esistita una "colonia" italiana a base anarchica, la famosa colonia Cecilia, fondata dal pisano Giovanni Rossi nel Paranà. Di fatto le proteste italiane non nascono dalle sotterranee agitazioni dell'estrema sinistra immigrata, ma dalle condizioni di sfruttamento disumane: si ricordi che per molti proprietari terrieri e, di conseguenza, anche per i primi industriali brasiliani gli immigrati sono il naturale sostituto degli schiavi. Godono inoltre persino dell'assistenza del clero, soprattutto quello immigrato che in numerosi casi si schiera a fianco dei compatrioti emigrati.
Lo scontro violento con i latifondisti, con gli industriali e con lo stato brasiliano spinge la comunità italiana a una maggiore coesione, a cercare di sfruttare il proprio peso numerico, che di certo non è indifferente, essendo pari agli inizi del Novecento a oltre un milione d'immigrati. Purtroppo, però, lo stato italiano si rivela incapace di difendere i suoi cittadini all'estero. E la situazione di questi ultimi è peggiorata dalla drastica caduta dei prezzi del caffè nella seconda metà del decennio e dalla conseguente crisi delle esportazioni, particolarmente virulenta alla fine del secolo. 5. Il primo quarto del Novecento
La crisi economica non arresta l'immigrazione italiana, che continua durante tutto il primo quarto del Novecento, con una pausa ovviamente durante la prima guerra mondiale. I vecchi flussi dal Veneto, dalla Lombardia e dall'Emilia, cui col tempo si sono aggiunti anche molti emigranti piemontesi, decrescono significativamente negli anni che precedono il conflitto e sono sostituite da nuove correnti provenienti dal Sud d'Italia. Queste ultime assumono spesso l'aspetto di una diaspora incontrollabile. Lo scopre lo stesso governo italiano, che, allarmatosi per il numero di rimpatri durante la crisi di fine secolo, tenta di regolare le partenze verso il Brasile e nel 1902 proibisce quelle di gruppo e sovvenzionate, che non siano prima approvate dal Commissariato Generale per l'Emigrazione (istituito presso il Ministero degli Affari Esteri).
Nei primi quindici anni del secolo i nuovi arrivati proseguono a colonizzare il Sud del Brasile, così come era accaduto tra il 1885 e il 1897. Inoltre il loro numero è spesso annualmente pari alla metà di tutti gli arrivi d'immigrati. In un cerro senso questo flusso è conseguenza diretta di quello che aveva preceduto la crisi di fine secolo. I nuovi arrivati sono infatti attirati dal successo dei loro diretti predecessori, forse non eccezionale, ma comunque contraddistinto dalla proprietà della terra e dall'italianizzazione del circondario. Vi sono tuttavia alcuni significativi cambiamenti: la concentrazione italiana si rafforza ulteriormente soprattutto nello stato e nella città di San Paolo, dove la presenza italiana è pari al 50% della popolazione. Il numero degli italiani nel Rio Grande do Sul è egualmente significativo, mentre è minore quello negli stati di Paranà e di Santa Catarina. Una discreta presenza italiana, circa 25.000 alla fine dell'Ottocento, si riscontra infine a Rio de Janeiro. Gli immigrati in quest'ultima città sono soprattutto meridionali, d'altra parte, come già accennato, da inizio secolo alla grande guerra i flussi sono eminentemente d'origine calabrese e campana. Sono invece ancora settentrionali e in particolare veneti coloro che s'insediano a San Paolo, Minas Gerais ed Espirito Santo.
Prima della guerra gli italiani hanno ormai costituito comunità stabili, per quanto in parte disperse tra le diverse aree agricole e frontiere di colonizzazione agricole e in parte solidamente inurbatesi nei principali centri brasiliani. In questi ultimi, come abbiamo visto per San Paolo e Rio de Janeiro, il retaggio italiano è notevole: di fatto la classe operaia brasiliana è a maggioranza italiana. Di qui l'attenzione repressiva dello stato e del padronato brasiliani. Gli operai di origine italiana non sono comunque inermi, né inerti davanti alla violenza del capitalismo luso-americano. Si organizzano in movimenti politici e lottano a fianco dei loro omologhi di altra origine, suddividendosi tra le varie organizzazione socialiste, anarchiche e anarco-sindacaliste. Formano inoltre una miriade di società di muto soccorso e di cooperative. Infine la stessa dimensione delle comunità italiane favorisce la fondazione e lo sviluppo di un'aggressiva stampa italiana, in molti casi improntata quanto meno a un vivido senso della democrazia e dei diritti degli immigrati.
La guerra, cui il Brasile prende parte a fianco degli Alleati, dura soltanto dopo tre anni, ma restituisce un minimo di fiato all'economia del paese, grazie anche a un effimero boom della gomma. Tuttavia il successivo crollo del cambio e il ribasso delle quotazioni del caffè riportano il paese a una situazione drammatica, ma ancora una volta i movimenti migratori non sembrano tenere conto di quanto accade. La comunità italiana, dopo essere stata salassata per i rimpatri in occasione della guerra, rimpolpa infatti i suoi effettivi. Sono i tardi effetti del mito brasiliano, che riprendono ad agire nel Veneto, ma investono anche aree, quale quella barese per esempio, dove le partenze erano state in precedenza quasi nulle. In compenso cala progressivamente la partecipazione a questi flussi delle regioni meridionali, che prima della guerra avevano inviato il maggior numero di lavoratori al di là dell'oceano.
Nel 1920 partono di 10.000 italiani, nonostante che le autorità della Penisola segnalino le pessime condizioni di lavoro nelle fazendas e le tristissimi condizioni igieniche delle campagne brasiliane, sottolineando un tasso della mortalità infantile di quasi il 50%. Questa ripresa delle partenze verso il Brasile continua sino a tutto il 1927, anche in ragione della vittoria fascista. Come era già accaduto nell'ultimo decennio del secolo precedente, molti contadini e molti operai abbandonano la patria, quando ritengono che la situazione politica e di conseguenza quella economica siano irrimediabilmente compromesse. Nel 1928, però, il Brasile imita gli Stati Uniti e restringe rigidamente l'arrivo degli immigrati. La crisi del 1929 e un ulteriore crollo del prezzo del caffè disincentivano quindi completamente l'emigrazione verso le sponde brasiliani. Anzi gli italiani già stabilitisi nel paese iniziano a rientrare in Italia.
L’emigrazione di ritorno diviene allora un problema di prima grandezza per la sopravvivenza delle comunità italo-brasiliane, minacciate anche dalla notevole diminuzione degli arrivi in alcune aree, una volta invece molto ricercate, e dagli spostamenti all'interno del Brasile degli antichi immigrati. Dopo la guerra è, per esempio, cessata l'emigrazione verso il Rio Grande do Sul, una delle mete principali tra il 1875 e il 1914. Tuttavia, grazie alla ferrea endogamia e alla forte fertilità, il gruppo si è moltiplicato, tanto che in quello stesso stato la popolazione di origine italiana è passata da 160.000 unità nel 1901 a 405.000 nel 1934. Ma non tutti sono restati a presidiare le campagne strenuamente agognate nel periodo precedente, anzi, come in molti altri stati, gli italiani di prima e di seconda generazione si sono spostati verso le città.
Dopo la guerra il gruppo italiano ha soprattutto avvertito l'attrazione di San Paolo. Da un lato infatti la città è in crescita; dall'altro ospita imprese italiane anche di grande respiro, che si servono prevalentemente di compatrioti. A San Paolo nel 1920 esistono 1.446 imprese "italiane", che danno lavoro a quasi 8500 operai. Inoltre in alcuni settori gli italiani più ricchi e intraprendenti passano dal commercio alla manifattura, incrementando le occasioni di lavoro nelle quali sono richiesti soprattutto italiani. Queste storie di successo di imprenditori e di operai non devono comunque far dimenticare che nei quartieri periferici vivono immigrati disperati e pronti a tutto, come attestano i tanti articoli, sia pure improntati a uno scandalismo facile, sui bairros retti dalla "mafia", nei quali la stessa polizia ha paura di entrare e l'unica legge è quella del più forte.
6. La comunità italiana in Brasile tra gli anni trenta e gli anni sessanta
Negli anni trenta giungono dall'Italia tra i l 000 e i 1700 immigrati, cifre che non bastano a sopravanzare i rientri, cosicché gli effettivi della comunità italiana scendono da 435.000 nel 1930 a 325.000 nel 1940. Nel decennio successivo poi la guerra e il secondo doloroso dopoguerra impediscono un'immediata ripresa dei flussi migratori. D'altra parte la crisi dell'economia brasiliana è accompagnata da quella politica e il paese non sembra offrire speranze di un facile inserimento.
Al termine degli anni venti la vecchia oligarchia è infatti in difficoltà, mentre si accentuano gli scontri tra il personale politico, amministrativo e militare e s'inaspriscono i contrasti tra i singoli stati. Nel 1930 Julio Prestes, candidato della previa amministrazione, vince le elezioni presidenziali contro Getulio Vargas, governatore dello stato del Rio Grande do Sul e rappresentante di un nuovo movimento politico, Alliança Liberal. La vittoria è, però, frutto di brogli elettorali e i seguaci di Vargas depongono il presidente, sostituendolo con il loro leader. Si tratta di una sorta di seconda rivoluzione che viene confermata dalle elezioni del 1934.
A questo punto Vargas promulga una nuova costituzione, che rafforza il potere del governo federale e che gli permette di eliminare l'opposizione e di riorganizzare il paese come uno stato corporativo, simpatizzante con Italia e Germania. Alla fine il regime di Vargas è costretto a schierarsi a fianco degli Stati Uniti contro l'Asse, come del resto avviene anche in altri paesi dell'America Latina, ma non muta le proprie caratteristiche nonostante che i tempi non gli siano più così favorevoli. Nel 1945 un mini-colpo di stato sostituisce Vargas con il generale Enrico Gaspar Dutra, già suo ministro della guerra. L’ex presidente resta tuttavia nell'arena politica come senatore, mentre il nuovo governo è sfidato dal partito comunista, che si rivela la prima forza elettorale del paese. Due anni dopo il governo sopprime il principale partito dell'opposizione, ma non riesce a pacificare il paese. Le convulsioni politiche brasiliane, unite al restringimento delle entrate, pesano sulla comunità italiana. Negli anni trenta e nel secondo dopoguerra la repressione che colpisce il partito comunista si ripercuote anche sugli italiani, ma questi pagano inoltre la politica nativistica di Vargas, che nel 1942 proibisce l'uso, persino a casa, di lingue diverse da quella lusitana. Inoltre negli anni trenta esplodono anche le divisioni intorno alla questione fascista. Nel decennio precedente gli italiani in Brasile si erano sostanzialmente di quanto accadeva nella penisola, nonostante la creazione sin dal 1930 di fasci brasiliani.
Dopo il 1930 il regime di Mussolini penetra invece tra gli strati superiori della comunità emigrata e ottiene progressivamente il controllo della stampa italiana. Tuttavia la scelta stessa del personale dei fasci e di quello dei consolati, spesso volta a premiare l'impegno propagandistico senza alcun criterio qualitativo, non permette alla propaganda fascista di avere un'ampia adesione di massa: al sedicesimo anniversario della fondazione del fascio di San Paolo partecipano meno di duemila persone. Inoltre il tentativo dei consoli fascisti di impadronirsi delle associazioni italiane provoca, almeno inizialmente, un moto di ripulsa, in particolare da parte di quelle a base regionale che vogliono mantenere le proprie caratteristiche, anche contro una generica italianità.
In ogni caso la presenza dei fasci e il nuovo orientamento della stampa italiana moltiplica le divisioni all'interno della comunità e la espone alla critica della società ospite. Gli scontri tra italiani e la loro divisione per linee politiche e sociali violentemente contrapposte sono infatti biasimati dai giornali brasiliani. Questi inoltre, pur essendo genericamente favorevoli al regime fascista in Italia, temono che i suoi rappresentanti moltiplichino in Brasile i richiami all'italianità degli emigrati, contrastando così la politica di Vargas tendente ad amalgamare, anche con la forza, la popolazione brasiliana.
In effetti, al di là delle divisioni politiche, la comunità italiana in Brasile ha un forte senso delle proprie origini: nel 1940 pochissimi, soltanto un decimo, sono naturalizzati. In compenso molti parlano ormai correntemente il brasiliano e si sono adattati alla cultura locale, in particolare in alcune aree della frontiera agricola. L’omogeneità e il mantenimento delle radici italiane in altre situazioni sono probabilmente dovuti al forte invecchiamento della comunità italiana. Questa infatti è composta per oltre i due terzi da immigrati di prima generazione, che hanno più di 50 anni. I più giovani, in particolare se maschi, iniziano invece negli anni trenta a sposarsi con brasiliane o con donne di altri gruppi immigrati, rinunciando a un'endogamia d'altra parte ormai difficile da conservare, anche se la comunità è abbastanza equilibrata nel rapporto tra i sessi (91 donne per ogni 100 maschi).
7. La nuova emigrazione degli anni cinquanta e sessanta
Nel secondo dopoguerra l'emigrazione italiana verso il Brasile registra nuovamente un consistente saldo positivo. Nel 1946 l'emigrazione è appena pari a 603 unità (contro 97 rimpatri), ma già l'anno successivo varca le 4.000 (contro 1.142 rimpatri) e nel 1951 le 9.000 (contro poco più di 2.000 rimpatri). Nel frattempo è risolto il contenzioso tra Italia e Brasile sui beni sequestrati a cittadini italiani durante la guerra e dell'accordo ratificato a Rio de Janeiro 1'8 settembre 1949 è prevista la costituzione di una compagnia di colonizzazione e immigrazione mista, finanziata dall'Italia utilizzando anche i capitali appena sbloccati in Brasile. Nel 1952-1954 partono dalla Penisola rispettivamente 17.026, 14.328 e 12.949 emigranti, mentre sommando i dati dei tre anni i rimpatri non superano complessivamente le 10.000 unità. Il movimento delle partenze inizia a scendere dal 1955 (8.523 emigranti contro 2.592 rientri), ma si mantiene sopra le 1.000 unità sino al 1962, quando, però, i rientri sono 1.477. Nel corso dei restanti anni sessanta il saldo migratorio è sempre negativo e le partenze dall'Italia sono inferiori al migliaio. Questa cifra è nuovamente superata soltanto alla metà degli anni settanta, quando il saldo migratorio torna brevemente attivo.
Nel secondo dopoguerra il Brasile è il terzo polo d'attrazione latino-americano, preceduto da Argentina e Venezuela, per gli emigrati italiani. Tuttavia la comunità italo-brasiliana non riesce a rimpinguare realmente i propri effettivi. Dal censimento del 1950 risultano 44.678 italiani naturalizzati e 197.659 immigrati con il passaporto italiano. I tre quarti di questa presenza sono concentrati nello stato di San Paolo, il restante quarto si divide tra distretto federale, Rio Grande do Sul, Minas Gerais e Paranà, Dieci anni dopo la percentuale è più o meno la stessa, anche se l'età della popolazione di origine italiana è lievemente diminuita, pur restando comunque preponderanti gli ultra-cinquantenni.
Di fatto la nuova ondata immigratoria non ottiene grandi risultati, anche perché fallisce il tentativo di riavviare la colonizzazione agricola. La disorganizzazione dello stato brasiliana e la durezza delle condizioni di vita nelle fozendas o sulla frontiera impediscono infatti di portare a buon fine qualsiasi sforzo. Gli unici flussi immigratori che quindi funzionano sono quelli legati ai settori industriali e commerciali e al ricongiungimento dei nuclei familiari. L'esperienza migratoria è comunque assai meno lucrariva che nel passato e le fughe verso l'Italia sono numerose.
In questo fallimento, che non esclude ovviamente casi di riuscita individuale, giocano anche le divisioni all'interno della comunità. Ai contrasti ormai incancreniti tra antifascisti e fascisti (questi sono tra l'altro rafforzati dai molti che hanno abbandonato l'Italia non appena finita la guerra, per evitare ritorsioni, e hanno cercato una nuova patria nell'America Latina) si aggiungono quelli fra i nuovi e i vecchi emigrati. I primi non credono nei valori dei secondi e soprattutto sono emigrati per fare fortuna rapidamente, non hanno quindi intenzione di cedere a ricatti occupazionali e vogliono strappare subito le migliori condizioni possibili di lavoro. Inoltre non aderiscono alle associazioni dei vecchi, considerate avanzi di un' epoca ormai scomparsa, soprattutto quelle a carattere più campanilistico. In cambio le vecchie associazioni assistenziali non si preoccupano di chi è appena arrivato e in molti casi si rifiutano persino di soccorrerlo. Gli unici momenti di coesione tra vecchi e nuovi, ma non senza contrasti, sono legati ad iniziative umanitarie a favore dell'Italia, come la raccolta di fondi per le vittime dell'alluvione nel Polesine.
D'altra parte l'inserimento nel Brasile dei nuovi arrivati è osteggiato non soltanto dalle difficoltà economiche, ché in fondo il paese, anche nei suoi momenti peggiori, è comunque considerato di grandi potenzialità e quindi gli immigrati non si spaventano per le ricorrenti crisi, ma anche e soprattutto da quello politico. Nel 1950 Vargas è rieletto presidente e lancia una serie di piani di sviluppo, che, però, non decollano. Quattro anni dopo si suicida, aprendo un nuovo periodo di grande confusione, durante il quale i capi dello stato danno spesso le dimissioni o sono messi in condizioni di non governare. Nell'agosto del 1961, per esempio, Janio Quadros, eletto neanche un anno prima, si dimette, dichiarando che le forze della reazione gli impediscono di intervenire in qualsiasi decisione importante.
Nel 1964 infine le forze armate depongono il presidente Joào Goulart (già vice di Quadros), accusandolo di simpatizzare con i comunisti, e aprono una vera e propria fase dittatoriale. I rivolgimenti politici brasiliani e il tipo di brutale sviluppo, imposto al paese dalle multinazionali a capitale americano ed europeo o da un ceto capitalistico di scarsissima sensibilità sociale, hanno certamente influenzato la natura dell'immigrazione italiana. Negli anni sessanta non arrivano più contadini
alla ricerca di terra, ma artigiani e operai specializzati che vogliono far fortuna nel giro di pochi anni e rientrare al proprio paese. Nel decennio successivo l'immigrazione è ancora più qualificata e a breve termine, poiché è direttamente collegata ai contratti firmati dalle imprese italiane, che operano in Brasile.
La comunità italiana vera e propria va quindi verso all'estinzione: già nel censimento del 1980 gli italiani in Brasile risultano soltanto 108.790, di contro, però, a una popolazione di origine italiana (lontana o vicina) che potrebbe raggiungere i 7-8 milioni. Nel caso di questi ultimi i valori e le tradizioni italiane non sono state dimenticate, ma sono fortemente influenzate dalle esperienze americane e hanno dato vita a una cultura etnica, ormai lontana, anche se non dimentica, dall'antica madrepatria.
di Matteo Sanfilippo



