Joseph Pane


Il congresso statunitense gli ha conferito la bandiera a stella strisce per i meriti acquisiti nel campo della sicurezza. E' suo il telefono a prova di intercettazione anche satellitare, usato alla Casa Bianca e al Pentagono.


La bandiera a stelle e strisce degli States ha sventolato in suo onore, a Washington, sul pennone del Campidoglio, la sede del congresso americano, a testimonianza della gra­titudine del popolo americano per gli alti meriti riconosciu­tigli in tema di sicurezza della nazione.


È la favola americana di un perito industriale calabrese, emi­grato mezzo secolo fa negli USA, diventato uno dei mag­giori esperti di elettronica che, a metà degli anni 80, quando ancora c'era il muro di Berlino, i satelliti spia invadevano i cieli e, sul pianeta, America ed Unione Sovietica si control­lavano a vista, ha messo a punto, fra l'altro, un telefono, che neppure le tante orecchie sparse nei cieli potevano intercet­tare. La compagnia per la quale lavorava, la RCA, ne ha venduto al governo statunitense 120 mila esemplari per i membri del governo, le alte autorità dello stato, i vertici militari, la stanze più segrete e strategiche della grande potenza mondiale. Il primo apparecchio è stato naturalmen­te installato nello studio del presidente degli Stati Uniti.


Joseph Pane, Giuseppe all'anagrafe italiana di Scigliano, il paese calabrese della valle del Savuto, in provincia di Cosenza, dove è nato 72 anni fa, conserva gelosamente, nella sua grande casa a Voorhees, nel New Jersey, questa bandiera che il congresso degli USA, dopo averla esposta, gli ha inviato, avvolta a forma di triangolo, in un'elegante custodia di legno di noce due anni fa, in occasione del suo 70esimo compleanno, il 12 ottobre, il giorno del Columbus day.


"t stata la NSA, l'agenzia per la sicurezza nazionale, a segnalare il mio nome al congresso per il contributo dato alla sicurezza nazionale — dice Joseph — ed il riconoscimento mi è giunto inaspettato.


Avevo lasciato da dieci anni, nell'88, la compagnia, mi ero ritirato nella mia casa nel New Jersey, avevo costituito una mia compagnia di consulenza, la JPC, con la quale lavoro tuttora anche per la NSA, chi ci pensava più al telefono a prova di satellite".


Incontro Giuseppe Pane, Joseph per gli americani, nella casa paterna che si è ristrutturato a Scigliano e che divide con il nipote, l'avvocato Dino Talarico, figlio di una sorella. È tornato nel paese del Savuto, sede di un ginnasio una volta prestigioso e un tempo anche capoluogo di questo compren­sorio, alla vigilia di Capodanno dopo avere trascorso il Nata­le con le sue quattro figlie e i sette nipoti nella sua casa di Voorhees, a cento miglia da New York, una grande villa immersa in un bosco di querce ("ce ne sono più di cento"). Giuseppe Pane è partito per l'America nel 53, con un passa­porto statunitense. Fresco di diploma, conseguito nel 49 all'istituto tecnico industriale di Cosenza, alla disperata ricerca di un lavoro, aveva saputo l'anno prima di essere cit­tadino americano. Glielo aveva rivelato il fratello maggiore, Remigio, di sedici anni più grande, che, nel 29, quando lui aveva appena un anno, se ne era andato con il padre in Ame­rica, aveva studiato, era diventato ordinario di lingue all'u­niversità Rutgers di New Brunswick, nel New Jersey (diven­terà poi preside della facoltà e professore emerito, è morto l'anno scorso a 88 anni,).


Era accaduto che il padre Antonio, prima che lui nascesse a Scigliano, aveva ottenuto la cittadinanza americana e, per le leggi statunitensi, i figli, anche se nati in un altro paese, sono cittadini degli States.


Giuseppe va a Napoli, al consolato americano, ottiene il passaporto e l'anno dopo si imbarca per gli Stati Uniti. Trova subito lavoro in una compagnia che si occupa di ricerche sui telemetri per missili, ma la sua preoccupazio­ne maggiore è l'apprendimento della lingua.


Il padre, un calzolaio che amava i libri e la lettura, glielo aveva raccomandato. "Impara a memoria ogni giorno una riga del giornale", gli aveva detto, lui che sulla propria pelle aveva sperimentato quanto fosse importante conoscere la lingua. Per un anno e mezzo si dedica allo studio dell'ingle­se. Poi si immerge negli studi di elettronica, la sua passione. Non è l'università ma è come lo fosse. Ben presto divente­rà uno dei maggiori esperti americani nel campo dei siste­mi elettronici di sicurezza.


"Avevo fin da allora intuito — confessa — che il futuro era nei computers, nell'intelligenza artificiale". Lavora dapprima a Filadelfia in Pensilvenia, alla Philco computer, poi, agli inizi degli anni 60, torna nel New Jersey, entra nella divisione computers della RCA.


Qui si fa subito apprezzare, in 25 anni, gradino dietro gradi­no, percorrerà tutte le tappe fino alla cima della scala, al top management dell'azienda, general manager e vice presiden­te della compagnia.


"Noi lavoravamo per il governo americano, disegnavamo e progettavamo — racconta — i sistemi di sicurezza, che altre aziende costruivano, per garantire la riservatezza delle informazioni trasmesse via telefono o via computers. Ho proposto allora alla compagnia di organizzare una linea di produzione di queste apparecchiature.


Mi hanno dato fiducia ed è nata una divisione che ho orga­nizzato con ampio impiego della robottistica, dopo essere andato in Giappone per verificare le loro tecnologie. Il pro­getto si è rivelato vincente, in un anno e mezzo avevamo più di 600 addetti e un fatturato di 100 milioni di dollari. In quat­tro anni abbiamo ricevuto dal governo quattro lettere di plauso, un fatto abbastanza insolito, di queste lettere un'a­zienda ne riceve una o due nell'arco di un decennio". Giu­seppe non lo dice, ma probabilmente anche queste lettere hanno contribuito a fargli assegnare la bandiera americana come benemerito della nazione.


Nell'83 il general manager venuto da Scigliano ed i suoi collaboratori avviano lo studio del telefono a prova di satel­lite, lavorano al progetto per tre anni e nell'86 la divisione di Joseph Pane partecipa con successo all'appalto indetto da Washington.


Giuseppe non svela il "segreto" di questo apparecchio. Si limita soltanto a dire che il telefono è governato da un com­plesso sistema elettronico che cripta le conversazioni. Giuseppe Pane lavora adesso in proprio, in giro per gli Sta­tes a fare consulenze, in tasca sempre il lasciapassare della NSA, uno dei luoghi più blindati degli USA.


Lo ascolto mentre attizza il fuoco nella cucina della sua casa di Scigliano, mi sorprende la sua familiarità con il focolare, quello delle case contadine del Sud, il luogo della chiac­chiera in famiglia e fra gli amici. E lo immagino a migliaia di chilometri, al di la dell'Atlantico, fra le querce del New Jersey, le stesse che circondano i grappoli di case che colo­rano le pendici delle montagne del Savuto, le querce della sua infanzia e della sua adolescenza, a mettere legna nel caminetto della sua grande villa o a costruire il gazebo e i giochi di legno per i suoi nipotini o a progettare nuovi siste­mi nel campo sterminato dell'intelligenza artificiale. Pen­sando magari di potere trasferire i suoi progetti qui, dalle parti delle sue radici. Quando mi congedo, lo dico a Giusep­pe che mi sorride.


Forse un pensiero ce lo ha fatto pure lui. Chissà un giorno, se mai se ne presenterà l'occasione. "Qui — con fessa — torno sempre volentieri, ma non definitivamente. Le mie radici, le mie figlie, i miei nipoti, sono ormai dall'altra parte dell'At­lantico".


di Enzo Arcuri